LUDOSOFIA. IL COUNSELING ED I GIOCHI FILOSOFICI – Arcangela Miceli*

di Luisa Loffredo per Philosofare

Ludosofia ovvero – dal latino e dal greco: ludus e sophia – “conoscere giocando”. Per mezzo di questo agile e prezioso volume l’autrice ha voluto condividere, con i propri lettori, un’intuizione poetica quanto potente per fecondità e realizzazione concreta (pratica): tramite il gioco, e per mezzo di una volontà/azione auto-esplorativa ed auto-educativa, la filosofia può agire ponendo se stessa al servizio dell’uomo e delle sue istanze di ricerca di senso. La filosofia, dunque, si fa carne attraverso l’aspetto del gioco, in quanto – come ebbe ad affermare Hillman – è importante imparare nella vita “a non prendersi mai troppo sul serio”.

Attraverso la pratica ludica è possibile tornare in sintonia con la propria interiorità profonda ed archetipica; è possibile, inoltre, recuperare la spontaneità, lo stupore e la meraviglia dell’infanzia per farne risorse e strumenti terapeutici a partire dai quali costruire una realizzazione – quanto più ricca possibile – delle proprie potenzialità, tanto nel mondo relazionale quanto nella dimensione profonda della propria intimità: scopo del gioco, infatti, è mettere in luce tesori interiori spesso celati ed offuscati dalle urgenze del quotidiano e, allo stesso tempo, permettere la fioritura di risorse potenziali.

Filosofia intesa come forza creatrice che, attraverso la facoltà dell’immaginazione, intreccia e tesse nuovi disegni, nuove trame, nuovi orizzonti di senso e significato.

Immaginazione, il “come se”, colta – attraverso l’esperienza diretta – come “lila”, come gioco divino. Deflemmatizzare e vivificare “mettendosi in gioco”, entrando concretamente dentro il gioco, accettandone regole e dinamiche, acconsentendo – per citare nuovamente Hillman – ad immergersi nelle acque per inseguire i sentieri che l’immaginazione stessa è in grado di offrire, allentando la presa sulle cose e mollando là dove ci si teneva aggrappati; per mezzo dell’elemento ludico, quindi, riuscire a rintracciare il filosofo nascosto dentro di sé per farne un filosofo vivente. Ogni uomo dovrebbe dialogare e giocare con le cose per renderle vive (Vico), arretrando nel tempo e nello spazio fino a cogliere il mistero di quella costituzione originaria (Zambrano) che ci fa essere lì, all’alba del mondo ed alla nostra stessa alba.

Colui che prende parte al gioco si autoresponsabilizza, diventa contemporaneamente soggetto agente nonché destinatario del proprio agire;

questa la forza rivoluzionaria dell’approccio ludico e filosofico che, pur non misconoscendo l’esistenza di aree francamente patologiche (anzi auspicando collaborazione e reciprocità complementare tra psicoterapia e filosofia), si distanzia fortemente dal modello medico in quanto – a differenza di quest’ultimo – non scatena né favorisce l’aspettativa che solitamente il “paziente” sperimenta nei confronti dell’esperto, bensì pone il soggetto in ricerca al centro della propria evoluzione psichica: il counseling filosofico, d’altronde, non indaga le ragioni che hanno provocato una certa situazione (né approfondisce la serie di complessi e rapporti con i ruoli genitoriali e parentali); la relazione di aiuto si focalizza esclusivamente sulla propria visione del mondo, sull’ascolto di sé e dei propri bisogni, sull’individuazione di risorse e sulla ricerca di energie interiori. I “filosofi pratici” non si rivolgono alla malattia ma al disagio e non fanno altro che aiutare le persone ad affrontare le situazioni difficili dopo averle circoscritte in “modo chiaro e distinto”; essi

aiutano i consultanti a cercare autonomamente la risoluzione dei problemi, offrendo loro la possibilità di vedere se stessi ed il mondo da più (e differenti) punti di osservazione.

Il gioco filosofico, per mezzo di un linguaggio immaginativo e grazie alla sua capacità di favorire esperienze attuali (radicate nel qui ed ora), permette di muoversi in un terreno neutro dove è possibile recuperare una connessione armonica con se stessi, con il proprio contesto relazionale e sociale, con la natura e con il cosmo: il mondo, a voler richiamare la fenomenologia husserliana, non si dà in modo autonomo ed indipendente, il suo esistere coincide con il nostro stesso esistere.

Centrale la facoltà della “fantasia”

da Vico definita “risalto di reminiscenza”: quando fantastichiamo viviamo dentro gli eventi fantasticati, il “come” della raffigurazione figurale non ci interessa; la nostra percezione non è più esterna alla nostra interiorità di soggetto che percepisce, ma di soggetto che agisce, vede ed interpreta la realtà rappresentata (Husserl).

Dopo aver introdotto l’argomento, Arcangela passa ad elencare e spiegare le premesse fondamentali del gioco:

ideazione, rappresentazione del sé e dialogo.

La relazione tra questi tre punti – pensare, essere e comunicare – fu posta da Platone, fu lui a definire il pensiero come dialogo dell’anima con se stessa; ed è proprio la conoscenza dell’anima a schiudere le possibilità dell’Essere (Aristotele). Nel gioco “parte agente” ed “agito” si trovano in relazione dinamica e continuo adattamento: attraverso un atto iniziale di stupore e meraviglia (quasi si fosse tornati bambini) ci si immerge nell’esperienza ludica senza necessità di alcun pretesto per iniziare, il tutto attraverso un dialogo pre-linguistico a partire dal quale germinerà – in seguito – lo scambio linguistico vero e proprio. Nella teoria degli “atti linguistici” Wittgenstein fa notare come il giocatore non possa manipolare le parole, farne suoi strumenti, servirsene liberamente, condizionarle; ciò che accade è esattamente il contrario: il parlante stesso è un meccanismo del supremo gioco che è il linguaggio, egli deve necessariamente fare i conti con una dimensione linguistica precedente il proprio ingresso nel mondo dalla quale non può tirarsi fuori; tuttavia possiamo facilmente renderci conto di come ciò non si verifichi con “il gioco” dal momento che ad esso la verità – intesa con accezione di autenticità – non interessa, come non interessa accertarsi preventivamente della verità o falsità dei propri oggetti.

Il gioco si caratterizza per movimento e dinamicità (nessun gioco è statico) ed il movimento è sinonimo di vita.

Dovremmo riconoscere, benedire e custodire lo strumento ludosofico inteso come una delle concrete possibilità per immergersi nella propria esistenza ed indagarne i significati: tale impulso ermeneutico e vitalistico dovrebbe impegnare l’esistere e l’evoluzione di ogni individuo così come ogni individuo dovrebbe bramare e desiderare di riconoscere ed attivare le proprie risorse interiori, recuperando – attraverso il gioco – un personale e peculiare sistema di simboli (un proprio linguaggio), senza bloccarsi in età adulta. Ciascuno di noi dovrebbe anelare ad estendere il proprio campo di percezione fino a compenetrare l’inestricabile rete di legami tra uomo, viventi e natura.

Chiarito ciò Arcangela passa in rassegna numerosi giochi; come prima cosa li introduce esplicitando le premesse teoriche (e filosofiche) da cui ogni pratica ha ereditato autorità e giustificazione, per giungere poi ad “osservarne” le dinamiche e lo svolgimento (solo facendo ciò sarà possibile comprendere le finalità nonché valutare i risultati ottenuti: peculiari ed irripetibili in quanto strettamente legati alla figura del giocatore ed al suo essere “quel singolo”). Infine, per muoversi meglio nel mare della ludosofia, viene introdotta anche una bussola simbolica (utile a raggruppare e catalogare le varie pratiche).

Per iniziare a “giocare” il primo passo è semplicemente quello di “entrare nel testo” (Gadamer) lasciandosi suggestionare – senza pregiudizio o paure – dalle parole e dalle immagini che da esse possono emanare (accogliere lo stupore e la meraviglia – ovvero le chiavi di accesso all’ignoto – confidando nella capacità pre-logica, senza pregiudizio, senza pretesa di esaustività o compiutezza bensì con gioia) in quanto “gli uomini prima sentono senza avvertire; dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura” (Vico). Il secondo step è descrivere la visualizzazione caratterizzandola in maniera certosina attraverso l’esplicitazione di tutti i singoli dettagli, anche i più piccoli, frivoli o apparentemente insignificanti (ogni storia ha il carattere della “rappresentazione”); fatto ciò si può finalmente vivere la propria suggestione, cioè si può iniziare ad agire liberamente dentro l’immagine; infine (per abbracciare, racchiudere e dar senso ai passaggi appena elencati) giunge la quarta fase, quella in cui si evidenziano le strategie utilizzate per uscire da situazioni di empasse e/o difficoltà.

Sebbene l’esperienza ludosofica venga effettuata entro la cornice del dialogo filosofico essa non presuppone, da parte del giocatore, alcuna competenza in merito;

inoltre il dispiegarsi e fluire del “discorso” può muovere da una suggestione immaginativa sebbene ciò non rappresenti un fattore necessario.

Quale il ruolo del consulente in tale processo?

Innanzitutto quello della consegna del gioco e, ovviamente, dell’ascolto attivo: ascolto in cui è fondamentale la capacità di attenersi a quanto viene raccontato, senza “suggerire” o ancor peggio “consigliare”; ascoltare in modo attivo, inoltre, serve ad allenarsi nell’andare verso l’altro. Questo aspetto è fondamentale in quanto l’obiettivo di tutto il percorso è quello di giungere all’autoeducazione del consultante nonché all’individuazione, in piena autonomia, delle proprie potenzialità interiori. Quando un consulente pone una domanda al consultante, il suo interrogativo deve necessariamente attenere alla richiesta di maggiori dettagli circostanziati e non alla propria adesione o non adesione al contesto rappresentato. La procedura maieutica è efficace soprattutto in chi è ben disposto alla relazione dialogica; il gioco, a sua volta, può rappresentare una delle possibili modalità per far entrare nella dimensione quotidiana del consultante l’abitudine alla riflessione, all’ascolto attivo di se stessi e degli altri fornendo a ciascuno la propria vera unità di misura.

Il consulente non interpreta né prospetta risposte o soluzioni al consultante;

la risposta, se c’è e quando c’è, ha luogo nel percorso interiore, avviene in sé tramite una procedura che coincide con il punto di approdo dell’autoeducazione (quando il consultante, in modo autonomo, acquisisce coscienza e consapevolezza delle proprie potenzialità e delle proprie risorse).

note

*Arcangela Miceli – docente di Filosofia nei licei e nelle scuole di specializzazione, dirigente scolastica, counselor filosofico, consulente familiare, didatta ICSAT (training autogeno), socia fondatrice e membro del consiglio direttivo SUCF e docente di Filosofia applicata, Filosofi e filosofie e Filosofia dell’immaginazione presso la Scuola Umbra di Counseling Filosofico (SUCF), sede di Roma, è autrice di articoli in riviste e volumi collettanei in tema di counseling filosofico e di pratica filosofica: Praticare la filosofia (Libreria Stampatori, Torino 2006); Pensiero, meditazione, ragionamento. La filosofia in esercizio (Mimesis, Milano-Udine 2010); Le polifonie dell’anima. Itinerari di counseling filosofico(Bonanno, Catania 2010); Le idee dell’anima. Jung e la visione del mondo(Bonanno, Catania 2012); Il corpo e la funzione autopoietica della bellezza nel mito della nascita di Venere (in «Anamorphosis», 11, 2013). Vive e lavora tra l’Umbria e Roma e nell’ultimo decennio si è dedicata in particolare ai giochi filosofici, pubblicando Ludosofia. Il counseling e i giochi filosofici (Ananke, Torino 2014).

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