FILOSOFIA DELL’IMMAGINAZIONE – Giancarlo Marinelli e Ferdinando Testa

di Luisa Loffredo per Philosofare

 

L’immaginazione non è staccata dal pensiero: essa, intesa come sensazione più aperta e multiforme, rappresenta il tesoro di ogni filosofia pratica (e di ogni pratica filosofica).

 

È attraverso l’immaginazione che la nostra anima – come afferma lo stesso Achenbach – si innalza a palcoscenico, rendendo possibile quel “secondo pensare” premessa imprescindibile di qualsiasi approccio ermeneutico all’esistenza.

 

L’immaginare, dunque, come risonanza profonda della sensazione, colta – quest’ultima – nella sua totale libertà ed atemporalità/eternità (ovvero nella compresenza estatica ed estetica del qui ed ora). Una facoltà in grado di congiungere e collegare – per mezzo di una dinamica dialogica e dialettica – l’astratto concetto con una (o più) delle possibili incarnazioni concrete, il tutto tramite la mediazione dell’idea (quest’ultima resa, comunicata e condivisa attraverso la parola: da qui la centralità del dialogo, del riconoscimento dell’altro e dell’incontro con esso). È proprio l’idea a realizzare lo “scioglimento” del principale nodo (snodo?) tra realtà puramente astratta (la teoria) e vita pulsante fatta di muscoli e sangue:

 

nel darsi dell’idea si realizza l’incarnazione dell’universale nel particolare, permettendo al primo non solo di “esistere” bensì di “vivere” attraverso il secondo.

 

Da questa presa di coscienza emergono risorse preziose, un vero e proprio calderone alchemico a cui la pratica filosofica, come ogni altro percorso trasformativo, può attingere a piene mani senza timore di prosciugarne la fonte (quest’ultima, come una dinamo, accresce la personale ricchezza proprio nel mentre ne offre parte in dono).

L’immaginazione – recuperando nuovamente Achenbach – rappresenta lo strumento principe per penetrare pienamente il mondo in cui l’individuo si trova ad esistere e pensare, in quanto tale facoltà aiuta gli uomini ad osservare, riflettere, ripensare e possedere il proprio orizzonte degli eventi (ciò che avviene è una vera opera di trasformazione dal momento che l’immaginazione si fa ponte collegando – tra loro – la coscienza dell’uomo con il cuore della propria percezione). La filosofia pratica, dal canto suo, intende muovere (e prendere ispirazione) proprio da questo riflettere, partendo dal concreto e senza limitarsi al concreto: o meglio,

 

la filosofia pratica intende muovere dal palpitante pulsare del cuore incarnato per, poi, recuperare tutta quella infinita ricchezza di atmosfere, idee e concetti (fino ad abbracciare, dunque, ciò che di più astratto l’uomo possa esperire).

 

La filosofia pratica non deve avere paura dei paradossi della finitezza: mettere a fuoco idee che intravvediamo (intuiamo) in ciò che sperimentiamo come sensazione non allontana dalla sensazione bensì armonizza la nostra coscienza ad essa, realizzando una sorta di traduzione/mediazione tra due livelli di linguaggio differenti che – ciascuno a suo modo – raccontano la stessa storia, l’interiorità dell’individuo a cui mente e cuore appartengono. Nelle attività di pratica filosofica occorre sviluppare – e coltivare costantemente – la capacità di far risuonare i reciproci vissuti nell’ascolto dell’altro nonché, aggiunge Marinelli, occorre egualmente “cogliere e potenziare le filigrane eidetiche, i cristalli di idee che si esprimono e che, anzi, costituiscono la carne di quelle situazioni per scorgerne le somiglianze o le radicali differenze con i vissuti e le idee dell’altro con cui entriamo in rapporto”.

 

La filosofia, quando si fa pratica, non può disconoscere o sminuire la centralità del vissuto: il filosofo che vuole agire sul/nel concreto (che vuole con-filosofare) non può assolutamente cedere ad alcuna tentazione di pura astrazione, di pura ricerca di metodo,

 

in quanto un simile atteggiamento lo priverebbe del preziosissimo apporto che solo l’attualità dell’esperienza dialogica – a partire dal problema che l’ospite solleva nel colloquio – reca con sé. Quando la difficoltà in cui ci si trova viene intesa sul serio come situazione – colta nel suo essere flusso di immaginazione – il blocco percepito incomincia ad alleggerire: le difficoltà, infatti, nella loro forma iniziale solo accennata, sono peggiori in quanto sono coscienza solo abbozzata, decisamente trattenuta, tuttavia è sufficiente giungere al compimento naturale con un atto di coscienza di quel malessere, di quel blocco – ovvero immaginarlo – per far sì che esso paradossalmente si assottigli ed alleggerisca.

 

Immaginare la propria situazione di malessere, immaginarla in senso concreto e completo, incarnato e rispettato nella propria assolutezza, fa sì che inevitabilmente quel malessere divenga meno gravoso

 

(in quanto la nostra coscienza riesce ad aderire meglio a ciò che comunque accade dentro e fuori di noi).

La parola filosofica è sì razionale, tuttavia la sua “cifra” di significato non si esaurisce nella sola speculazione intellettuale; la parola filosofica non si dà mai totalmente separata dalle sensazioni e dalle emozioni (in quanto parte da esse) ma ne sa cogliere la cornice, il perimetro, l’orizzonte che orienta anche gli atti di coscienza più astratti. Immaginazione come strumento per entrare in comunicazione, in empatia, abbracciando scenari possibili senza il vincolo del proprio punto di vista: comprendere il consultante in quanto capaci di risuonare con la sua interiorità profonda, mentre il consultante – scommettendo sui rimandi filosofici del consulente – moltiplica e amplifica in una spirale di riscontri e conferme che lo conducono verso una vera e propria trasformazione: non un abdicare alle proprie idee iniziali bensì un accogliere, ampliando l’orizzonte di significato, possibili sensi ulteriori. Certo l’idea sembra poter rivendicare un primato nei confronti del sentimento, della sensazione, in virtù dell’intrinseca capacità di dare forma completa all’universale, tuttavia nessuna idea può essere se questa sua esistenza si limitasse esclusivamente alla dimensione astratta – al piano dell’utopia (utopia: non luogo, e nulla può essere se non nel qui ed ora) – in quanto la conoscenza è possibile solo là dove una cosa è attraverso molte cose (l’en kai pollà platonico). Il piano di coscienza, dove impera la ragione, è sicuramente molto più dialogico e molto più ermeneutico, molto più grande, ma pur sempre radicato (come seme di infinite realizzazioni) nelle mille contraddizioni e nel corpo.

 

Prestare ascolto ai vissuti, riconoscendo la profonda dignità di questi ultimi, pone il filosofo consulente su di un piano di coscienza molto più ricco, plurale.

 

L’immaginazione, dunque, appare radicata nella sensazione pur abbracciando anche il pensiero (Hamann: “l’intero tesoro dell’umana conoscenza e dell’umana felicità viene dalle immagini; sensi e passioni non parlano che per immagini”). Il rapporto tra sensazione ed intelletto si dà sotto forma dialogica nell’incontro della “voce altrui”, dell’alter ego, a partire da noi stessi, dalla costituzione – dentro di noi – dell’estraneo, in quanto ogni apertura implica la relazione: l’unus versus alia, coscienza di una cosa che si volge verso un’altra cosa, l’io e tu. Questa schiusura che si realizza nel dialogo (con se stessi o con altri) appare sempre come voce altrui, essa comprende sempre anche qualcosa di impersonale, il sovra-personale: se la relazione si attua fino in fondo, essa implicherà sempre la totalità. Immaginare è, di per sé, un profondo “pensare-immaginare”, un profondo “pensiero senziente”; immaginare è, egualmente, un’attività libera della coscienza che – data la natura processuale della percezione – prolunga infinitamente quest’ultima, ovvero la sensazione iniziale, aumentandone il valore di “rappresentazione”, riuscendo a far affiorare (nel cuore della sensazione) la funzione evocativa, già in parte astratta, dell’idea.

 

La ragione e l’intelletto colgono, così, attraverso la filosofia dell’immaginazione, la forma, l’intelligenza presenti e viventi nella sensazione, nella “materia” dei nostri sensi e delle nostre emozioni.

 

Il potenziamento dell’espressione dei sentimenti, delle emozioni e delle sensazioni individuate in termini di idee e concetti (nei gruppi di polifonia socratica o nei gruppi sulle voci interiori, ad esempio) permette di focalizzare ed amplificare la caratteristica generale della filosofia, ovvero evidenziare la connessione continua delle idee con le situazioni, i vissuti, le emozioni e le sensazioni costitutivi delle varie esistenze. L’attività immaginativa è un vedere con gli occhi del cuore; essa non vuol compiere voli pindarici bensì, muovendosi lungo l’epistemologia del pensiero immaginale, desidera costruire un progetto che parta dall’autenticità e dalla soggettività dello stare in relazione con se stessi e con l’altro. L’atto di vedere attraverso – questa la chiave – tentando, poi, l’incontro dialettico tra lo spirito del profondo e lo spirito del tempo per arrivare – infine – alla nascita del Senso Superiore. La filosofia dell’immaginazione volge il proprio sguardo alla relazione dialogica e non smette di instillare gradualmente – nello spazio dell’incontro – il tempo dell’intuizione, ovvero della capacità creativa di figurarsi la realtà da diversi punti di vista. È proprio questa tensione dialettica e rivitalizzare l’incontro filosofico mostrando come nel proprio mondo interiore esista un spazio della réverie, poetico, ricco di risorse e possibilità trasformative.

 

Abitare lo spirito del profondo, d’altro canto, significa affidarsi alla vita.

 

Interessante, nel contesto della consulenza, la metafora del commentare, come possibilità di espandere il problema presentato sotto il monoteismo di un solo punto di vista e collocarlo – scrive Testa – in un’ottica mercuriale e politeistica. L’immaginazione è, prima di tutto, una visione del mondo: una strada accanto ad altre strade. L’immaginazione, strumento e risorsa della pratica filosofica, evoca ed attiva immagini ma lo fa non in modo casuale bensì cercando di comprendere – proprio attraverso tali fantasie – i fatti interni e tentando di renderli per mezzo di rappresentazioni fedeli alla loro natura. Da qui l’importanza della funzione immaginativa, dell’istinto di creatività, ovvero della capacità di abbandonarsi nella relazione hic et nunc, passando dal mondo della necessità a quello della possibilità e sperimentando finanche l’infinito nel finito.

 

Immaginare i problemi e gli stili esistenziali da differenti punti di vista fa sì che ci si possa aprire ad un pensiero nuovo e ad un nuovo modo di pensare: un pensare per immagini.

 

Spontaneità, però, non significa invenzione arbitraria: la funzione delle immagini – a cui consulente e consultante possono volgere il proprio sguardo interiore – è quella di mostrare tutto ciò che è refrattario al concetto (l’immagine risvegliata).

 Un modo per attivare l’immaginazione e renderla ponte tra il vissuto e l’attività del nostro intelletto è, scrive Marinelli, l’esperienza del viaggio interiore: viaggio che inizia proprio osservando dentro di sé quale sensazione risuona di più, quale “voce interiore” (“spirito del profondo” per Jung) si impone alle altre pur presenti nel proprio animo. Queste voci si esprimono in immagini attraverso idee e concetti che hanno il potere di rivelare e vivificare la nostra vita superficiale, lo “spirito di questo tempo”.

 

L’attività immaginativa apre, dunque, le porte ad una dimensione prospettica, permettendo di vedere in trasparenza e di leggere simbolicamente i misteri dello sviluppo della coscienza personale e collettiva.

 

La via delle immagini ha una capacità autonoma e strutturata basata sulla polifonia dei significati, sull’ambivalenza e sui paradossi: essa apre ad una molteplicità di differenti modi di vedere ed intendere il mondo. L’immaginazione si pone come uno spartiacque tra il noto e l’ignoto, il visibile e l’invisibile, la parola ed il silenzio, attivando la verticalità del pensare. L’immaginazione dà un respiro profondo e cambia la visione di se stessi, permette l’incontro ed il confronto con una realtà altra da noi, sconosciuta, che tuttavia ci abita: per fare ciò è necessario sforzarsi di trovare le immagini che si nascondono dietro le immagini che si mostrano, puntando alla radice stessa dell’immaginazione (facendo attenzione a non lasciarsi fuorviare da una delle sue possibili ombre, ovvero l’imitatio: quest’ultima rende impossibile il viaggio dell’anima in quanto si aggrappa al già esistente, l’immaginazione invece apre la strada all’iniziazione, essa porta al centro il fenomenico puntando alla quintessenza, al divieni ciò che sei). Guardare le cose che accadono dalla prospettiva del pensiero immaginale comporta la presenza di una coscienza che sappia reggere agli urti delle immagini patologizzanti.

 

L’immaginazione cambia lo sguardo, spinge lo spettatore ad essere attore, munito di una responsabilità etica per accogliere in maniera ospitale lo sconosciuto, lo straniero con cui arrivare ad un patto.

 

L’immaginazione ci ricorda che la ricerca dell’invisibile è una ricerca eterna; essa si pone come la chiave per rendere il pensiero fluido, sensibile, prospettando soluzioni che costantemente inducono a guardare, a sporgersi con gli occhi oltre il muro della propria ristretta visione, ad arrischiarsi oltre il noto. Consulente ed ospite, concedendo ascolto all’immaginazione e riconoscendone le potenzialità, si proiettano oltre se stessi grazie ad una sorta di contaminatio reciproca, amplificando ed allargando la propria prospettiva. L’immaginazione permette di stare nella relazione hic et nunc, essa attiva le strutture narrative che diventano chiavi per aprire il pensiero verso un nuovo stile di raccontare e curare la propria vita, sollecitando la dimensione evocativa e non solo quella interpretativa delle immagini.

 

Dalla narrazione della propria storia emerge la tessitura di una nuova trama che nasce nel presente della narrazione terapeutica, luogo in cui le immagini si uniscono dialogicamente alle emozioni, ristrutturando una nuova forma o visione del Sé che determina una Weltanschauung aperta al processo di trasformazione della realtà.  

 

Ferdinando Testa e Giancarlo Marinelli

Giancarlo Marinelli – Counselor filosofico, consulente familiare, direttore della Sucf, co-presidente del comitato scientifico della SICoF, socio fondatore della SUCF, conduce gruppi di Polifonia socratica a Roma e in Umbria, docente e coordinatore della parte pratica del master in Consulenza filosofica della Terza Università di Roma, docente ordinario di storia della filosofia e referente di sportello di ascolto in counseling filosofico presso Liceo Classico Tacito di Terni. Ha partecipato come relatore a diverse conferenze internazionali di pratica filosofica, è stato membro del comitato scientifico della VIII conferenza internazionale di pratica filosofica.

Ferdinando Testa – ha conseguito la laurea in Psicologia presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”,con voti 110/110; ha conseguito la Specializzazione quadriennale post laurea in “Medicina psicosomatica”, presso l’Istituto Riza di Roma/Milano e il diploma di psicoanalista junghiano presso il C.I.P.A.(Centro Italiano di psicologia analitica di Roma) ed è membro dello I.A.A.P., Associazione Internazionale di Psicologia Analitica. E’ iscritto all’Albo degli Psicologi della Regione Sicilia ed è abilitato all’esercizio della libera attività di psicoterapeuta. Ha svolto attività di cura, ricerca e formazione per molti  anni nel lavoro clinico-riabilitativo con pazienti con grave disagio psichico, nonché di consulenza  presso  Istituzioni  pubbliche e private  per la cura e l’inserimento lavorativo  dei pazienti con gravi patologie psichiatriche. Inoltre ha organizzato, promosso  convegni, seminari, incontri a carattere locale, provinciale, regionale, nazionale ed  internazionale, con vari istituzioni, pubbliche e private,  per la promozione  della cultura, della ricerca, dell’approfondimento delle patologie psichiche. Ha fatto parte del gruppo di lavoro “ Psicoterapia ed etica” presso l’ordine degli psicologi della Sicilia ed è stato docente presso gli esami di stato di abilitazione per i laureati in psicologia;Nell’ambito della psicodiagnostica ha  partecipato al  corso di formazione presso l’Istituto Italiano Wartegg in Roma per quanto riguarda l’uso “del test di Wartegg”; ha svolto un Laboratorio su “ Sogno e comunicazione non verbale” presso la Facoltà di Lettere e Filosofia  Università di Catania  e condotto un laboratorio teorico esperienziale annuale dal titolo: ”La clinica delle immagini: Sogno e Immaginazione”. Studioso  e conoscitore del Libro Rosso di C.G. Jung ha condotto a Catania  un  corso annuale di approfondimento  sul “Libro Rosso” e ha svolto in tale ambito seminari ed incontri  in diverse città italiane. Studioso dell’immagine e delle sue implicazioni nel mondo della terapia e della clinica ha svolto un training a Roma relativo alla  “Sand Play Therapy”; nell’ambito del rapporto tra immaginazione e  arte da anni si occupa della pittura visionaria di Marc Chagall. Già  docente di “Psicologia del Sogno” presso Il Centro Italiano di Psicologia Analitica  di Palermo (CIPA), dove svolge attività didattica e di supervisione clinica  e’ stato già  docente a contratto  presso l’università di Enna, Palermo e Catania  nonché in un master di “architettura del paesaggio” a Siracusa. È anche docente di Psicologia generale  e di Filosofia dell’Immaginazione presso la scuola Umbra Romana triennale  in consulenza filosofica, iscritta alla SICOF (società italiana di consulenza filosofica). Dirige la collana I volti della Psiche per la casa editrice Bonanno, Catania ed è direttore della collana Immagini dal profondo della casa editrice Iod, Napoli. Nell’ambito delle pubblicazioni scientifiche ha dato alle stampe numerosi lavori scientifici di pertinenza psicoterapica, psicologica, psichiatrica e psicopedagogica e  ha  pubblicato e curato 16 volumi con diverse case editrici. Vive e lavora a Catania come libero professionista.

 

 

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