L’ARTE DEL COUNSELING – Rollo May

Rollo May

di Luisa Loffredo per Philosofare

Che cos’è un essere umano? Tutto ciò che lo caratterizza, ovvero la totalità di questa espressione, altro non è se non il riflesso esterno della struttura interna che noi chiamiamo “personalità”. Ciò che contraddistingue la personalità è la libertà, l’individualità, l’integrazione sociale e la tensione religiosa: questi sono i quattro principi essenziali della personalità umana, e coincidono con il realizzarsi del processo di vita di un individuo libero, socialmente integrato e psicologicamente consapevole.

Nel XX secolo si sentiva un gran bisogno di psicanalisi ed ecco che apparve all’orizzonte la figura di Freud, il quale ha mostrato il lato sgradevole della natura umana, ed il modo in cui gli equilibri all’interno della mente possano essere gettati nel caos da un meccanismo definito “rimozione” (una sorte di disonestà nei confronti di se stessi).

Si sviluppa così la prassi psicoanalitica che consiste nel far emergere il conflitto dalle oscurità dell’inconscio, portarlo alla luce della coscienza, riconoscerlo e gestirlo in modo razionale.

Il pericolo insito in questo metodo è quello di limitarsi ad un’interpretazione deterministica della personalità, uno schema di causa ed effetto dove la cura consiste nel capovolgere le cose. In questo modo, inoltre, viene esclusa (ed in parte giustificata) la responsabilità umana.

Che ne è dell’intenzionalità, della libertà e della decisione creativa?

I pazienti, prima o poi, devono ammettere le proprie responsabilità; solo in questo modo, una volta liberati dal complesso, essi potranno assumersi il compito di elaborare in maniera creativa il proprio destino/futuro. Salute mentale, dunque, significa recupero del proprio senso di responsabilità personale e della propria libertà. Per libertà non intendiamo il “libero arbitrio”, in quanto l’individuo possiede la libertà come qualità dell’intero suo essere (quali che siano le forze determinanti che esercitano la loro influenza su di lui, alla fine esiste un elemento grazie al quale egli plasma i fattori ereditari ed ambientali in un modello personale unico). La funzione del counselor, di conseguenza, sarà quella di portare il cliente ad accettare la responsabilità della propria condotta e degli esiti della propria vita: egli mostrerà al cliente quanto siano profonde le radici da cui nasce la decisione, quanto si debba tenere conto delle esperienze precedenti e delle forze dell’inconscio, aiutandolo a trovare e a utilizzare le sue risorse di libertà.

Il counselor che aiuta gli altri a superare una difficoltà di personalità, li aiuta a diventare più liberi.

Noi abbiamo solo il nostro sé con cui vivere e affrontare il mondo. Se non riusciamo a essere noi stessi certamente non possiamo appropriarci di un altro sé, per quanto lo si possa desiderare. Ogni sé è diverso da tutti gli altri, è unico e la salute mentale dipende dall’accettazione di questa unicità.

La funzione del counselor è infatti quella di aiutare il cliente a diventare quello che era destinato ad essere.

Lo scopo ultimo è quello di trovare il ruolo unico che ci è proprio. L’errore più grave che molti counselor commettono è cercare di imprigionare i clienti in un modello particolare. Esiste sempre nel counselor una pericolosa tendenza a considerare il cliente in termini dei propri atteggiamenti mentali, violando così l’autonomia della sua individualità. Suggerire “sii te stesso!” giova egualmente a poco.

Prima di tutto occorre trovare se stessi: e questo è il punto in cui entra in scena il counselor. La funzione del counselor consiste nell’aiutare il cliente a trovare quella che Aristotele chiama l’entelechia, l’unica forma, nella ghianda, che la destina a diventare una quercia.

La nostra mente raggiunge livelli infinitamente più profondi di qualsiasi area coperta dalla coscienza, da qui la necessità di postulare l’inconscio ed osservare il suo modo funzionale di manifestarsi. Nessuna esperienza va perduta, bensì tutto resta registrato in questo magazzino che racchiude ogni sorta di contenuto psichico. Esso può essere suddiviso in livelli: preconscio, inconscio personale, inconscio collettivo, archetipi o immagini primordiali. La coscienza è un qualcosa di molto remoto che si rifà alle sorgenti misteriose del nostro essere. Il counselor ha il compito di aiutare la persona ad individuare il proprio vero Sé, operando una certa riunificazione della coscienza con i livelli inconsci dell’esperienza. Quando gli individui trovano veramente se stessi, trovano la società e le loro radici nelle sorgenti spirituali dell’inconscio. Ne concludiamo che un altro principio della personalità è “l’individualità”.

Il counselor, allora, assisterà il cliente nella ricerca del proprio sé e lo aiuterà a trovare il coraggio di essere quel sé.

L’accettazione del proprio Sé da parte del cliente dovrebbe essere un mantra che costantemente soggiace a tutte le parole e azioni che il counselor fa durante la sua seduta; quella è infatti una delle direttrici principali da prendere nello sviluppo del colloquio.

La personalità non può essere compresa al di fuori di un determinato contesto sociale: quest’ultimo rappresenta il mondo senza il quale essa non avrebbe senso. Ciascuno di noi utilizza gli altri come cardini. Passiamo così ad affrontare la questione dell’integrazione sociale. Far coincidere, e giustificare, i problemi della personalità con le difficoltà sociali si rivelerebbe un ragionamento superficiale, tuttavia un buon equilibrio sociale è la base imprenscindibile per la personalità, perché

l’individuo deve muoversi in un mondo che è fatto di altri individui.

Il nevrotico, ad esempio, manifesta una forte incapacità nell’avere rapporti con gli altri e nel creare legami con il mondo sociale. Noi viviamo all’interno di una costellazione sociale in cui ognuno dipende dall’altro, questo tessuto di interdipendenza teoricamente include ogni individuo che vive attualmente o che sia vissuto in passato. Lo stesso rifiuto del misantropo è prova dell’esistenza di tale interdipendenza. Alla libido di Freud, Adler contrappone la lotta per il potere: forza dinamica presente in ogni individuo. Il concetto di “volontà” in Adler è piuttosto una “volontà di prestigio” che crea il desiderio di uscire dal tessuto di interdipendenza sociale.

Altro aspetto radicato nell’uomo è il “senso di inferiorità”.

Sempre secondo Adler questo universale senso di inferiorità affonda le sue radici nella reale inferiorità del neonato che vede gli adulti esercitare un potere che a lui manca. Il senso di inferiorità e la volontà di prestigio sono semplicemente due aspetti della stessa pulsione: in quanto l’io si sente inferiore, esso assume una speciale facciata di superiorità e si assicura che tutti lo notino. La nevrosi si riduce, dunque, ad uno sforzo antisociale per la conquista del potere: vanità ed ambizione. Una lotta egoica per il potere, piuttosto che il desiderio di rendere servigio all’umanità. Una normale ambizione deriva dalla forza, l’ambizione del nevrotico trae il suo nutrimento dalla debolezza. La paura è una grande devastatrice dei rapporti umani. Gli individui sani si contraddistinguono per essere depositari di due grandi valori: l’interesse sociale e la cooperazione; essi sono persone socialmente integrate, hanno conseguito la completezza.

Soltanto chi è consapevole di appartenere al consorzio umano può vivere la vita senza ansie.

Non esiste incompatibilità tra individualità e tipo di vita sociale adottata, tuttavia esiste un elemento di egocentrico.

Il counselor scoprirà che quanto maggiore è l’integrazione sociale raggiunta dal cliente, tanto più egli realizzerà l’individualità unica che gli è propria.

È compito del consulente aiutare il cliente ad accettare di buon grado la responsabilità sociale, dargli il coraggio che lo liberi dalla coazione del senso di inferiorità, ed aiutarlo a orientare i propri sforzi verso scopi socialmente costruttivi. L’inferiorità e la volontà di prestigio sono due facce della stessa medaglia ed il counselor, quando lo ritiene opportuno, dovrebbe fare in modo di guidare il cliente non solo verso una conoscenza mentale di questo processo, ma verso una vera e propria consapevolezza emozionale.

Scopo della psicoanalisi è riunificare la vita mentale, portando il conflitto dall’inconscio alla coscienza. Maggiore è l’unità, più sano sarà l’individuo. Questa la meta finale. Ma non è vero, sostiene May, che l’ideale sia rappresentato dal conseguimento di una semplice e definitiva unità interna: ciò non è possibile né tantomeno auspicabile, significherebbe la morte della personalità quale noi conosciamo. L’auspicio è il conseguimento di un’organizzazione nuova e costruttiva delle tensioni e non una qualsiasi unità definitiva (trasformare i conflitti distruttivi in conflitti costruttivi).

Alcuni vorrebbero far scomparire del tutto il senso di colpa.

Psicoterapeuti e counselor devono collaborare per liberare la gente da questo opprimente sentimento, tuttavia il senso di colpa non potrà mai essere eliminato del tutto, né ciò, del resto, è auspicabile. Il senso di colpa è la percezione della differenza fra ciò che una cosa è e ciò che dovrebbe essere. L’unico atto nella vita che sembra permettere l’unità del sé è l’atto della creatività pura.

Il senso di colpa nasce all’interno della personalità. Poiché l’uomo possiede una libertà creativa, è sempre in cerca di nuove possibilità, ed ogni nuova possibilità porta con sé non soltanto una sfida, ma anche un elemento di colpa: quest’ultimo va ricercato nel divario che esiste fra la perfezione ed il nostro stato di imperfezione (Platone, conflitto tra anima e corpo). Rank sostiene che esso nasce dalla autocoscienza morale. La nostra natura è contraddittoria, affondiamo le radici tanto nella terra quanto nello spirito: se tentiamo di vivere esclusivamente in termini terreni, diventiamo nevrotici. Non si tratta di due mondi ma di due facce dello stesso mondo. Ad ognuno il compito di sopportare dentro di sé la tensione fra i due aspetti opposti del mondo. Da questa tensione nasce la consapevolezza spirituale.

Lo spirito, quindi, lungi dall’essere qualcosa di morboso di cui dobbiamo vergognarci, è in realtà la prova delle nostre grandi possibilità e del nostro destino.

Le personalità più evolute avvertono questo senso dello spirito in maniera più acuta. Qualsiasi quadro della personalità che trascuri l’aspetto della tensione spirituale è incompleto.

È compito del counselor, nell’aiutare il cliente a liberarsi dalla morbosità del suo senso di colpa, condurlo anche coraggiosamente ad accettare ed ad affermare la tensione spirituale insita nella natura umana. Il senso di colpa nasconde sempre qualcosa di più profondo, che non sempre spetta al counselor indagare. Il counselor può provare a far entrare il cliente nel suo senso di colpa, fino al punto in cui ciò è legato al problema contingente oggetto della seduta; nel momento in cui si va verso il passato, il counselor deve però stare attento a fermarsi prima di entrare in un ambito psicoterapico che non gli compete.

May introduce il caso di George sull’orlo dell’esaurimento nervoso. Forte desiderio di dominio sigli altri, ambizione esagerata, usava la religione come arma al servizio del suo io. Moralizzatore per sminuire gli altri ed affermare il proprio desiderio di superiorità, George è prigioniero di un circolo vizioso di ambizione egocentrica.

Compito del counselor è quello di cercare di ispirare il cliente a mettere in moto una spirale costruttiva.

La sofferenza del cliente gioca in favore del superamento dei suoi problemi. La rassicurazione va usata con parsimonia: l’ansia del cliente è la sua migliore alleata. Il counselor deve aiutare il cliente a passare attraverso la sua sofferenza, per fare in modo che essa si tramuti in qualcos’altro a seguito della rielaborazione avvenuta durante la seduta, nella quale il cliente dovrebbe aver acquisito una nuova prospettiva sul suo dolore. La spirale di George inizia ad evolvere come forza positiva e coadiuvante, all’interno della comunità di cui faceva parte, quando prima era stato una forza negativa. La natura, con meccanismi a noi forse ancora sconosciuti, fornisce l’aiuto delle sue forze a chi ha iniziato un cammino costruttivo, si innesca così una progressione geometrica.

L’origine dei problemi della personalità risiede in uno squilibrio delle tensioni interne. Quando sentiamo che dovremmo fare questo o quello, quando proviamo un senso di inferiorità, di trionfo o di disperazione, le tensioni della nostra personalità subiscono sempre un riadattamento.

Vivere è una continua ricerca di lunghezze d’onda diverse, che sono le esperienze di ogni giorno, sempre nuove e varie, perché scaturiscono dall’infinità creatività della vita.

Neanche le abitudini possono essere statiche: la vita è molto più ricca e creativa di quanto si pensi. La grande tensione di cui parliamo tanto è quella che nasce dal divario fra ciò che siamo e ciò che sentiamo dovremmo essere. Va ricercato l’equilibrio nelle tensioni, non la fuga da esse: accettare coraggiosamente l’inevitabilità delle tensioni ed elaborare le modalità di adattamento più efficaci. Per quanto riguarda i fattori esterni, la personalità li ricerca, li incamera e li utilizza come punti chiave. Lo scopo principale è cambiare se stessi per conformarsi all’ambiente: il processo di adattamento, infatti, è un processo creativo, dinamico e, prima di tutto, interno.

Il counselor deve fare attenzione alla tendenza del cliente a spostare il problema ad aree esterne a lui.

Come scusa per il crollo psicologico in genere vengono colpevolizzati gli eventi, tuttavia l’area significativa di queste tensioni è il proprio mondo interno. La personalità utilizza le situazioni che si presentano nell’ambiente come chiodi a cui appendere i fili della tensione. Questi elementi esterni diventano quindi importanti perché si collegano alle tensioni interne. La personalità assume dentro di sé gli elementi dell’ambiente e li utilizza secondo la propria struttura. Le difficoltà di personalità, però, in sé e per sé sono una questione di equilibrio di tensioni interne.

Esistono modelli di personalità differenti. La salute è questione di qualità e non quantità. Per non incappare in difficoltà analoghe alle passate, è necessario realizzare un migliore equilibrio: cambiare mente. Il counselor deve aiutare il cliente a comprendere se stesso in rapporto all’ambiente, da qui nascerà spontanea (dal cliente) la decisione di cambiare. In molti casi il cliente ha utilizzato un ambiente sfavorevole come scala per risalire ad una situazione di equilibrio della personalità insolitamente efficace: sfruttare l’ambiente negativo, la sua potenzialità per realizzare un più creativo adattamento alla vita. Il counselor deve dare una mano affinché ciò accada.

Chi porta in sé tale disarmonia, vive in disaccordo con se stesso e percepisce un conflitto che lo paralizza. Il cliente deve raggiungere un equilibrio creativo delle tensioni interne in armonia con l’imperfetta società umana, altrimenti il rischio è la nevrosi (disturbo funzionale e non organico). Il counselor deve conoscere le condizioni fisiche del cliente in modo da includere nel quadro clinico tutti i fattori organici di rilievo (causali e derivati). Deve preoccuparsi del risanamento degli atteggiamenti e dei modelli di comportamento dell’individuo, tenendo sempre presente che non esiste una chiara e netta linea di demarcazione con le cosiddette persone “normali”:

tutti abbiamo problemi di personalità e tutti siamo continuamente alle prese con il processo di riadattamento delle nostre tensioni interne.

Nessuno è completamente normale. In ciascuno di noi c’è il desiderio di predominio, la differenza sta nel fatto che in coloro che vengono definiti “normali” questa tendenza si trova in un equilibrio migliore entro la costellazione delle tensioni della personalità. Dice May di non aver mai avuto un cliente nelle cui difficoltà non abbia riconosciuto, almeno in potenza, se stesso. Ogni counselor, in teoria, deve aver fatto questa esperienza.

È richiesta un’importante virtù: l’umiltà.

Chi riesce a riconoscere le particolari tendenze nevrotiche nella propria personalità sarà maggiormente in grado di difendersi dal precipitare in un disturbo mentale manifesto al momento di una crisi emotiva. L’ideale è lasciare libero l’individuo di evolvere secondo la sua forma unica. La possibilità di riequilibrare le tensioni della personalità è il più grande dono che la natura abbia fatto all’uomo, significa creatività. Colui le cui tensioni interne sono particolarmente suscettibili all’adattamento, sarà più sensibile e soffrirà di più, ma godrà di possibilità maggiori. Più l’equilibrio interno delle tensioni è sensibile, maggiore è la creatività. Le tendenze nevrotiche, se affrontate con coraggio e costruttività, rappresentano veramente possibilità di sviluppo particolarmente creative.

In che modo funziona la personalità? In che modo si incontra con un’altra personalità e come reagisce ad essa? Tramite l’empatia, il sentire dentro.

Pathos, simpatia. Empatia significa uno stato di identificazione fra personalità molto più profondo: una persona si sente dentro l’altra, tanto da perdere temporaneamente la propria individualità; ovvero: il sentimento o il pensiero di una personalità che entra dentro l’altra fino a raggiungere uno stato di identificazione. Come sostiene Adler essa ha luogo, in una certa misura, in ogni conversazione; rappresenta il processo fondamentale dell’amore.

Anche l’esperienza artistica dell’empatia è fondamentale: chi intende fare esperienza estetica di un oggetto deve identificarsi in qualche modo con esso. Jung pone l’empatia al centro della sua teoria estetica. Nel processo del counseling la funzione catartica è presente al massimo grado; una sorta di funzione empatica in cui il counselor deve dimenticare quasi completamente se stesso.

L’empatia scatta nel momento in cui un essere umano parla con un altro. Vive in noi la predisposizione ad un innato senso sociale e ad un sentimento cosmico (riflesso dell’interdipendenza dell’intero cosmo che pulsa in noi, insito nel nostro essere uomini).

Uno dei principi che regolano l’instaurarsi di un rapporto, riguarda la capacità di utilizzare il linguaggio dell’altro: la migliore identificazione con l’altro avviene quando usiamo il suo linguaggio.

Jung descrive questo processo di fusione, ovvero l’incontro tra due persone, come il contatto di due sostanza chimiche; se avviene una qualche reazione, entrambe vengono trasformate. Partecipazione mistica. Comprensione significa l’identificazione del soggettivo e dell’oggettivo che si traduce in una nuova condizione la quale trascende entrambi.

Per conoscere il valore della vita, dobbiamo abbandonarci alla partecipazione. È pura follia pensare di poter conoscere un altro attraverso l’analisi o delle formule: è impossibile conoscere un’altra persona senza esserne innamorati in senso lato. L’amore opera un cambiamento tanto nella personalità dell’amante quanto in quella dell’amato, li fa diventare più simili l’uno all’altro. È la forza più grande di cui disponiamo per influenzare e trasformare la personalità.

Il counselor opera fondamentalmente attraverso il processo dell’empatia, in una fusione psichica comune con il cliente. In questo modo il problema di quest’ultimo ricade su “una nuova persona” ed il counselor può portarne metà del peso.

Empatia non significa identificazione delle proprie esperienze con quelle del cliente, in un vero counseling non c’è posto per i ricordi del counselor.

Le esperienze del counselor non intervengono come tali nella situazione del counseling: lo scopo è quello di capire il cliente sulla base del suo modello di personalità unico. Sarebbe bene se il counselor dimenticasse di aver mai avuto esperienze analoghe, la sua funzione è quella di rinunciare a se stesso ed abbandonarsi alla situazione empatica.

May passa a parlare di telepatia e di come questo fenomeno si verifichi con estrema facilità, rappresentando uno dei principali veicoli del transfert. Prenderne coscienza ci aiuterà a capire che, se l’altro può intuire i leggere i nostri pensieri (anche dai piccoli gesti), tanto vale essere sinceri fin dall’inizio. Il transfert, dunque, presenta anche un suo risvolto etico, smaschera la tendenza all’inganno ed all’autoinganno (in quanto ogni essere umano ha la predisposizione ad ingannare gli altri, in quanto il suo io lotta sempre per conquistare prestigio a loro spese). È auspicabile rendersi conto che i rapporti umani sono tutt’altro che perfetti e che questa imperfezione è meglio ammetterla. Chi si sente inferiore ricorrerà alla “svalutazione dell’altro” in modo da collocarsi in una posizione più elevata.

Il transfert psichico può avere anche un contenuto positivo ed amichevole. Il segreto di rapporti personali soddisfacenti è l’impiego dell’empatia in questa forma costruttiva, affermativa e amichevole che favorisce lo sviluppo. Mente e cuore come se fossero un libro aperto. È necessario abbattere tutte le barriere, fino ad accettarsi reciprocamente per quello che si è. Non esiste al mondo esperienza più purificante della nudità psicologica. Sincerità, ovvero “essere senza cera”.

L’influenzamento è un processo che opera prevalentemente nell’inconscio; una migliore comprensione di esso ci consentirà di proteggere meglio noi stessi e gli altri dagli effetti insidiosi e nocivi delle diverse ondate di propaganda che aggrediscono la nostra cultura come epidemie. Esso rappresenta uno dei risultati dell’empatia. Influenza delle idee. Influenza temporanea sulla personalità. In base al principio di empatia è impossibile che due persone conversino fra loro in maniera autentica senza che l’una si avvicini allo stato psichico dell’altra. Il counselor capace e sensibile sarà in grado di indurre nel cliente un determinato stato d’animo, assumendolo egli stesso. In genere questo influenzamento è inconscio: non certo il risultato di un puro e semplice contatto; concorrono, infatti, elementi presenti nell’ambiente, selezionati dall’individuo. L’influenzamento è esercitato da chi detiene il potere, da colui che possiede coraggio sociale. Da non dimenticare il fattore verità: il nostro mondo non è ideale, noi riusciamo a convincerci di qualsiasi cosa insensata purché in sintonia con gli sforzi del nostro io. Il pubblico vuole essere preso in giro, osserva Adler. La gente accetta di lasciarsi persuadere da una palese menzogna se credendo ad essa può innalzare il proprio prestigio (per fare ciò è capace di vere e proprie acrobazie mentali).

Per riassumere: il processo di influenzamento è inconscio da entrambe le parti. Il processo imitativo avviene come parte della partecipazione mistica: ad esercitare l’influenza è la vera personalità del counselor, non le parole che pronuncia (che rimangono un fatto superficiale). Abbiamo una responsabilità nell’influenzare gli altri. In quanto counselor siamo tenuti a sviluppare la nostra capacità di empatia. Imparare ad abbandonare il proprio sé agli altri, essere disposti a venire trasformati, morire a se stessi per vivere con gli altri; perdere temporaneamente la propria personalità per ritrovarla, infinitamente più ricca, nell’altro.

Il counselor si contraddistingue per una speciale sensibilità alla gente: alle speranze, alle paure ed alle tensioni della personalità. Egli è particolarmente attento a tutte le minime manifestazioni del carattere.

Ma come leggere un carattere?

Fondamentale è percepire tutte quelle piccole espressioni che al profano potrebbero risultare insignificanti, saperne intuire il significato. Il modello della personalità si manifesta in azione dell’individuo. L’intera personalità può dare un’espressione indelebile, in un modo o nell’altro, che noi percepiamo in maniera quasi intuitiva. Tali espressioni hanno significato lievemente diverso da individuo ad individuo, ecco perché il counselor deve essere molto cauto nel trarre conclusioni. Egli può fare ipotesi sul modello di personalità di un individuo soltanto sulla base di una costellazione di molti e diversi fattori. Soltanto quando se ne ha a disposizione un certo numero e tutti indicano prevalentemente la stessa cosa è possibile incominciare a formulare delle ipotesi. Alcuni aspetti da osservare? Come il cliente si avvicina, come stringe la mano, come tiene le distanze, la postura del corpo, l’abbigliamento e la mimica facciale; anche il tono della voce: onestà nel parlare significa immediatezza, ed è assai probabile che chi insiste su un determinato argomento, o parla con voce nervosa, o si esprime in maniera indiretta stia cercando di prenderci alle spalle. Ricordi, dimenticanze, lapsus verbali, azioni mancate. Per ognuna di queste generalizzazioni esistono delle eccezioni; ma la generalizzazione ha tuttavia un suo valore e non risulterà del tutto inutile al counselor attento ed esperto.

Sebbene il counselor non si serva di questi fenomeni, al pari dello psicoterapeuta, tuttavia potrà trarre grande profitto dalla comprensione del loro significato. Il suo interesse è volto ad osservare con intelligenza, piuttosto che a trarre conclusioni.

May introduce anche il concetto di costellazione familiare. La personalità risulterà differente a seconda del posto occupato all’interno della propria famiglia: primogenito, secondogenito, figlio minore, figli centrali, figlio unico, gemelli. Il retroterra familiare non deve essere considerato la causa unica della situazione attuale dell’individuo, ma rappresenta un elemento utile. L’ambiente infantile può essere utilizzato in modo creativo. Da qui il counselor potrà iniziare a fare delle considerazioni iniziali senza però trarre conclusioni definitive.

Il mestiere del counselor è quello di capire la gente. Per capire la gente, il vero counselor deve porsi in un’ottica di apprezzamento. Questo modo di fare, gradito dalle persone, permette di abbattere le barriere che separano gli individui; sottrae per un attimo l’altro alla solitudine dell’esistenza individuale e lo introduce alla comunione con un’altra anima. È la forma di amore più oggettiva: colui che mi capisce (il dono della comprensione).

Preso contatto con il cliente, ci troviamo finalmente nella fase centrale dell’incontro: la confessione. Il cliente deve tirare fuori il problema. È una prova di resistenza. È consigliabile lasciar parlare il cliente per almeno due terzi dell’ora di colloquio. Successivamente si passa alla fase dell’interpretazione: tanto il counselor quanto il cliente analizzano i fatti emersi e cercano di individuare il modello di personalità che sta all’origine del disadattamento. Il counselor deve porre soltanto domande mirate. Può formulare ipotesi, esercitando sul cliente un’influenza empatica.

Il colloquio inizia prestando la massima attenzione ad ogni piccolo dettaglio.

Il cliente viene lasciato libero di parlare. Il counselor dimentica se stesso entrando il contatto empatico (fusione mistica) con la persona che ha dinanzi. Terminata la narrazione, il fatto viene analizzato. Il counselor cerca di mettere in evidenza i rapporti diversi all’interno della personalità. Nel momento in cui il cliente chiede consiglio, il counselor deve utilizzare la richiesta di consiglio come un mezzo per fare accettare al cliente un maggior senso di responsabilità personale. Egli deve permettere al cliente di allentare le tensioni artificiose liberando le sue capacità creative. Il cliente tenta di giustificare il problema ricorrendo all’ambiente della sua infanzia, esimendosi così dalle proprie responsabilità. Si giunge ad una fase di stallo: il counselor lo ha costretto ad andare in profondità, molto più di quanto egli si aspettasse. Compito del counselor è sintetizzare la diagnosi e giungere alle conclusioni, sfruttando il rapporto empatico che si è stabilito fra lui ed il cliente. Dicendo, ad esempio (il caso analizzato da May è la storia di Bronson): “lei può diventare coraggioso e far sì che questo inutile senso di inferiorità si dissolva. Può sviluppare il coraggio dell’imperfezione, deve solo dare una possibilità alle sue capacità creative, cioè deve fidarsi ed affermar di più la vita”. Il colloquio termina con uno scambio di sguardi.

Alcune delle forze terapeutiche tirate in campo sono la comprensione e la suggestione.

Una seduta dovrebbe durare un’ora, durante la quale deve parlare prevalentemente il cliente. Di per sé la confessione ha valore catartico. Il counselor esperto è in grado di orientare la confessione del cliente in direzione del problema centrale. Egli non deve lasciarsi scandalizzare né offendere. L’atteggiamento da assumere è quello di una calma obiettività, basata sulla comprensione che niente che sia umano gli è estraneo o è indegno della sua comprensione. Dinanzi ad una crisi emotiva, pianto o simili, il counselor deve rimanere calmo per fare in modo che la sua calma si trasmetta, attraverso l’empatia, al cliente. Si può lasciare che il cliente pianga per un po’, fino a recuperare uno stato di equilibrio emotivo.

Il counselor deve guardarsi bene dal manifestare simpatia durante il colloquio: l’empatia è l’atteggiamento migliore.

L’interpretazione è una funzione del lavoro congiunto counselor/cliente.

Il counselor suggerisce le interpretazioni, non le afferma in maniera dogmatica. Tutte le conclusioni in materia di personalità appartengono all’ordine delle ipotesi e la verità delle ipotesi dipende dal modo in cui essa funziona nella personalità che ci troviamo di fronte. Il counselor deve essere capace di leggere il significato delle reazioni del cliente ai suggerimenti. Egli non deve aspettarsi di scoprire per intero il modello della personalità dell’individuo; deve ascoltare con obiettività e quindi aiutare il cliente a confessare ed esprimere certi aspetti del problema; deve aiutare il cliente a comprendere le radici più profonde della sua personalità; deve evidenziare i rapporti che daranno al cliente una nuova comprensione di se stesso e metterlo così in grado di risolvere il problema. Il counselor probabilmente finirà con l’elaborare un proprio questionario per ottenere le informazioni necessarie sulla personalità: retroterra familiare, età, stato di salute, hobby, interessi particolari ed amicizie.

Lo scopo del processo del counseling è attivare la trasformazione della personalità del cliente. La confessione è seguita dall’interpretazione; si approfondisce l’analisi, ipotizzando possibili scenari, fino ad individuare l’origine del problema (un errato adattamento delle tensioni interne che va di pari passo con atteggiamenti sbagliati nei confronti della vita) in modo da orientare il cliente verso un nuovo equilibrio delle tensioni.

Il counselor non forgia l’individuo, il suo sforzo è volto a liberarlo, permettergli di essere se stesso. La trasformazione della personalità non avviene attraverso i consigli. Il consiglio è sempre superficiale. Il vero counseling opera in una sfera più profonda e le sue conclusioni sono sempre il risultato del lavoro congiunto di due personalità che operano allo stesso livello.

Dare consigli viola l’autonomia delle persone.

Può accader che il counselor venga chiamato a dare consigli su questioni che non riguardano strettamente i problemi della personalità, tuttavia ogni decisione importante deve venire dal cliente.

La suggestione svolge un ruolo inevitabile nello sviluppo di ogni personalità; ma perché accettiamo certe suggestioni rifiutandone altre? Dobbiamo chiederci che cosa, nel suo modello di personalità, ha reso un individuo disponibile ad accettare una data suggestione che gli veniva dall’esterno. Il counselor può tirar fuori un certo numero di suggestioni, egli infatti può esporre al cliente tutte le possibili alternative costruttive. La comprensione del problema opera di per sé una certa trasformazione nella personalità del cliente: se il paziente comprende veramente, agirà correttamente. Conoscere la verità comporta una pulsione a mettere in atto. Il cliente sarà condotto ad allentare la sua abitudine stereotipata all’autoinganno e ad orientarsi verso forme di comportamento socialmente costruttive.

Il counselor deve cercare di portare il cliente ad una comprensione dei fattori che hanno indotto le difficoltà, mettendo in moto nella sua mente un’attività creativa volta a correggere gli errori.

Tuttavia la conoscenza non è tutto e la comprensione non è la sola, molto scaturisce dall’influenza che deriva dal rapporto empatico. Il counselor determina una certa trasformazione nel carattere dell’altro semplicemente orientando il suo umore e la sua volontà nel rapporto empatico. Per Rank, identificarsi con la volontà positiva del terapeuta, concede al cliente una forza supplementare per sconfiggere la propria volontà negativa. Il counselor sa che il suo coraggio diventerà quello del cliente, nel momento in cui i rispettivi stati psichici si saranno in una certa misura identificati. L’empatia è raggiunta, tuttavia il terapeuta ha dovuto rinunciare ad una parte della sua contentezza per assumere su di sé parte dell’infelicità del cliente. Il counselor può utilizzare la sofferenza del cliente per raggiungere il proprio scopo: incanalarla in modo che essa fornisca energia necessaria per operare la trasformazione del carattere.

La comprensione razionale è spesso inadeguata, gli esseri umani cambiano solo a seguito di profonde sofferenze: ovvero quando il dolore si fa così grande da decidere addirittura di rinunciare ad un atteggiamento sbagliato (questo è lo stadio di disperazione che rappresenta il presupposto per qualsiasi cura).

Il dolore è segno che si dispone di energia necessaria a trasformare il carattere. Il counselor non dovrebbe alleviare la sofferenza del cliente, piuttosto orientarla, canalizzandola in maniera costruttiva.

Il counselor non deve assumersi la responsabilità della salvezza del cliente, è utile astersi dall’avere rapporti sociali personali con il cliente. La pacca sulla spalla può far molto male al cliente, inducendolo a procrastinare il superamento definitivo delle difficoltà. Il cliente deve uscire dallo studio più coraggioso, pur con la consapevolezza che la sua personalità va trasformata. Durante la fase di interpretazione, egli comprende il valore teorico di una trasformazione del proprio carattere, tuttavia rimanda; il counselor non può far altro che aspettare, o provare a portare la sofferenza dell’altro ad un unto critico per provocare la crisi. Si tratta di far scoppiare il malessere presente in potenza, ed evitare così una crisi peggiore. La funzione del counselor è mettere in relazione la sofferenza del cliente con gli aspetti nevrotici del suo modello di personalità, mostrare in che modo le sue sofferenze siano legate ad atteggiamenti ed a comportamenti sbagliati. La disperazione darà luogo alla speranza.

Di fronte le forze creative della vita il counselor si arresta con umiltà, e tale sentimento non è qualcosa di falso: quanto più il counselor comprende la personalità, tanto più chiaramente si rende conto di quanto siano minimi i suoi sforzi di fronte alla grandezza del tutto.

L’equazione personale del counselor recita: “la tecnica del cambiamento deve essere dentro di voi”.

Un buon counselor si contraddistingue per simpatia, capacità di sentirsi a proprio agio in compagnia degli altri, empatia ed altre caratteristiche che possono avere anche una connotazione di ambizione personale. Se il counselor gode sinceramente della compagnia degli altri e desidera il loro bene, automaticamente susciterà attenzione. Freud direbbe: “deve aver effettivamente provato sulla propria pelle i processi asseriti nella psicoanalisi”.

Vedere gli altri attraverso i propri pregiudizi, questa tendenza è certamente il blocco peggiore e più deviante nella personalità del counselor.

Essa non può essere eliminata del tutto, tuttavia è necessario conoscere se stessi per poterla tenere sotto controllo: comprendere ed eliminare in se stessi quanti più complessi possibile. Non facendo ciò, si tenderebbe inconsciamente a trattare i pazienti sulla base delle proprie deformazioni. È utile per il counselor ricorrere ad un percorso di analisi presso uno psicoterapeuta professionista, quanto meno ad un percorso di autoanalisi. Comprendere del tutto il proprio sé non è mai possibile, tuttavia ci si può spingere abbastanza avanti. Dopo che il counselor avrà approfondito il più possibile l’autoanalisi con lo scrupolo necessario, gli sarà utile, di tanto in tanto, fare anche solo qualche seduta con uno psicoterapeuta o altro counselor, per vedere i vari stratagemmi con cui l’io inganna sé.

May introduce un’attenta riflessione circa il ruolo di counselor svolto da uomini che operano dell’ambito della religione: spesso si tratta di individui caratterizzati da un’ambizione spiccata: il lavoro svolto è il migliore del mondo; il mondo non potrebbe andare avanti senza di loro; più che da un desiderio altruistico, essi sono mossi da un marcato sforzo competitivo dell’io. Spesso questi individui non hanno risolto con successo il problema dell’equilibrio sessuale (spesso essi si giustificano facendo appello al concetto di sublimazione). Questo tipo di terapeuti potrebbe dar vita a dannosi attaccamenti emotivi con i propri clienti: eventualità sconsigliata ad ogni counselor assennato, in quanto il transfert dei sentimenti è una realtà potente. May continua elencando altre caratteristiche: attenzione eccessiva ai dettagli; nevrosi coatta, ossessiva; esagerata opinione dell’importanza del proprio lavoro; non può fallire nelle piccole cose; sensazione di disgrazia che potrebbe derivare da possibili errori; senso di inferiorità e moralismo. Pulsione a dominare in senso morale, complesso di superiorità quale altra faccia del senso di inferiorità. Adler ammoniva ricordando: “non lasciamoci andare a formulare giudizi sul valore morale di un essere umano”. Il counselor deve imparare a stimare ed apprezzare gli altri senza condannarli: comprensione, obiettività imparziale, via dell’empatia. La capacità di non giudicare segna la linea di demarcazione fra una religiosità autentica ed una religiosità egocentrica.

Il counselor deve sviluppare quello che Adler chiama il coraggio dell’imperfezione, ovvero la capacità di sbagliare:

portare i propri sforzi su un campo di battaglia importante, là dove si compiono cose significative e dove il fallimento o il successo diventano questioni relativamente secondarie. Il counselor deve imparare a godere del processo stesso della vita quanto delle sue mete (sfuggire dalla condizione del “tutto o niente”). Egli deve essere certo di avere a cuore il benessere della gente. Il futuro counselor dovrà fare un onesto lavoro di “pulizia” del suo mondo interno, spezzando il nodo gordiano dei pregiudizi egoistici nel counseling: il counselor migliore è la persona devota.

Ogni problema di personalità è un problema di morale. “In che modo devo vivere?”: una personalità creativa mostrerà un’adeguata capacità di adattamento ai rapporti morali.

Possiamo stabilire, come principio di base, che lo scopo di un counseling che possa dirsi riuscito è realizzare un costruttivo adattamento morale alla vita. Molti counselor compiono un errore banale, imboccano una scorciatoia arrivando in modo prematuro ad individuare le implicazioni morali del problema. Nella pratica reale ciò causerebbe un cortocircuito: il cliente verrebbe privato del suo inalienabile diritto a costruirsi una morale propria. Dinanzi una tentazione non serve alimentare il senso di colpa del cliente, neppure fornire delle soluzioni dall’alto: le mete costruttive sono molto importanti, ma devono nascere dalla situazione, esse sono qualcosa che il cliente ha già dentro di sé, un’espressione di aspirazioni che gli appartengono in maniera esclusiva ed unica. Le esortazioni (da parte del counselor) risulterebbero poco benefiche, farebbero aumentare la scissione della personalità. Tensione e volontà fanno entrambe parte della personalità del cliente. La volontà non sarà solo un combattimento a livello superficiale della mente, essa avvierà il processo di riorganizzazione dell’intera personalità per andare in una direzione nuova. Il problema del cliente deve essere compreso in termini di salute mentale, non di moralità.

La vita morale inizia con ciò che siamo: moralità significa espressione strutturata di sé. Se l’individuo non esprime ciò che è, la morale non ha contenuto. Le spinte istintuali emergono dell’inconscio, da questo deposito provengono le fantasie che si traducono nella grande espressione artistica dell’umanità. Si usa considerare “buone” le spinte istintuali che sono dirette verso modalità socialmente costruttive. Il lato istintuale della vita ci spaventa, riconosciamo la tendenza all’autodistruzione ed alla distruzione degli altri, di cui detestiamo ammettere l’esistenza: da qui la rimozione. Quando la rimozione non funziona, si tende a creare dei sistemi di regole per controllare i bisogni istintuali. È giusto aver paura di questi istinti, l’errore è cercare la scorciatoia: non possiamo controllare tali forze facendo leva sulla disonestà (queste ultime continueranno ad influenzare gran parte del nostro comportamento).

Ciò di cui abbiamo bisogno è la cooperazione tra spinte istintuali e scopi coscienti.

Un simile rapporto di cooperazione è possibile avviarlo soltanto sulla base della comprensione e della riconciliazione. Invece di prendere decisioni, diventare decisi. Sarà la volontà a riorganizzare la personalità. Coloro che cercano di inibire i propri bisogni istintuali svuotano la vita di contenuto. La vita non è fatta di semplice ottimismo, perché il male esiste; ma non è fatta neppure di solo pessimismo, perché esiste il bene. La possibilità che, pur in presenza del male, ci sia posto per i sentimenti nobili, è ciò che dà alla vita il suo senso tragico. Nei confronti delle spinte istintuali, dunque, non dovremmo assumere un atteggiamento di conflitto o rimozione, bensì di comprensione e di collaborazione: dobbiamo utilizzare queste forze a fin di bene; guardare al di là delle regole superficiali, frutto di una morale meschina, a favore di una moralità più significativa. Alcuni istinti costruttivi sono: la spontaneità, chi ha imparato ad esprimere se stesso; l’integrità, chi ha imparato una sana modalità di espressione di sé, parlando e vivendo sulla base del proprio sé profondo; l’originalità, in quanto niente è coerente nella vita e solo chi ha realizzato la propria originalità è maggiormente capace di affrontare le varie crisi della vita. Vivere in accordo con le proprie spinte istintuali permetterà di raggiungere nuove forme di libertà. Quasi tutte le persone sono prigioniere di inutili paure, scopo del counseling è liberare l’individuo. È necessario vivere le infinite spinte istintuali che insorgono come una grandiosa sfida interna, ma ciò richiede coraggio: il coraggio dell’imperfezione.

Il pozzo artesiano all’interno dell’individuo non deve inaridirsi, bensì fluire liberamente: è, dunque, compito del counselor prospettare alle persone scoraggiate le possibilità di gioia e realizzazione che le aspettano.

Il volume si chiude con una riflessone sulla “religione e la salute mentale”, prendendo spunto dal caso di Harold (il quale soffriva di nervosismo e perenne stato di preoccupazione, entrambi conseguenza del suo radicato complesso di inferiorità). Harold era un giovane appena uscito dal seminario ed in procinto di insediarsi nella sua parrocchia. Fin da giovane aveva smesso di concedersi tante abitudini, anche le più banali, al solo fine di poter costruire (agli occhi del mondo) un’immagine di sé impeccabile. Anche la scelta della futura compagna di vita era stata pensata in vista del proprio desiderio di rispettabilità e con lo scopo di accrescere il successo personale. Cosa può fare il counselor in un caso del genere? Lo può aiutare a comprendere come il suo fondamentale stato di inferiorità lo stia portando ad un’insensata competizione sul piano morale e religioso. La religione serviva ad Harold come barriera fra sé e gli altri, anzi la sua stessa ragion d’essere stava proprio nell’erezione di questa barriera.

La religione acquista una tendenza pericolosamente nevrotica ogni volta che separa l’individuo dagli altri esseri umani. Accade spesso che la religione stessa favorisca la nevrosi, ogni volta che limita ed impoverisce l’esistenza, distruggendo così la possibilità di una vita ricca e piena, ogni volta che per suo tramite l’essere umano si rifugia in uno stato infantile di dipendenza e di protezione. La religione fa appello alle nostre esigenze nevrotiche, “sarebbe la nevrosi ossessiva universale dell’umanità”. Ciò che Freud attacca è l’uso scorretto della religione, in quanto “religione autentica” vuol dire “l’affermazione fondamentale del senso della vita” (ed è di questo tipo di religione che si dovrebbe parlare).

Potremmo descrivere l’atteggiamento nevrotico come un’incapacità di affermare (ovvero accettare in maniera attiva come risposta della propria personalità totale). Nel nevrotico è forte il senso di insicurezza, egli non riesce a comprendere come, in realtà, tutti ci sentiamo insicuri. Il nevrotico non riesce a fidarsi né ad abbandonarsi. Egli considera ostile l’universo: una forma di vigliaccheria la sua, in quanto riconoscere fiducia nella vita equivale a rendersi conto che proprio tale fiducia rappresenta la premessa per superare ogni insicurezza.

Ciò di cui abbiamo bisogno per vivere, secondo Jung, è fede, speranza, amore ed intuizione.

Tutti abbiamo bisogno di qualche scopo, anche se frammentario, in cui credere. Senza scopi non esiste alcun significato; senza significato, alla fine, diventa impossibile vivere. Lo scopo funge come il nucleo d’acciaio dell’elettromagnete. La religione, quella vera, aiuta l’uomo a credere nel processo della vita. Dio rientra nel regno degli archetipi: questi ultimi, nel processo di guarigione del nevrotico, pervengono a vita indipendente e servono da guida spirituale per la personalità, sostituendo in tal modo l’io inadeguato ed il suo vano volere e lottare.

Nel momento in cui ci si muove alla ricerca di un senso della vita, la psicoterapia va a sconfinare nella teologia. Qualsiasi descrizione della personalità deve prendere in considerazione la tensione insita nella natura umana fra ciò che dovrebbe essere. Il termine teologico “grazia” in psicoterapia trova il suo corrispettivo nella parola “chiarificazione”.

È stato riscontrato (ad esempio nei gruppi Alcolisti Anonimi) come giovi alla cura il credere nell’esistenza di una forza superiore: accade che il processo di “inversione di tendenza” prenda le mosse nel momento in cui il nevrotico, giunto ormai ad un grado talmente profondo di sofferenza, decide da sé di rinunciare a qualsiasi cosa (anche alla vita, se necessario) per abbandonarsi: “sia fatta la tua volontà”. Deve arrendersi, e la forza curatrice dell’universo, se così vogliamo chiamarla, viene in suo aiuto. Una sorta di scommessa simile a quella formulata da Pascal. Scommettere sulla propria vita. Abbiamo bisogno di rischiare, di postulare la nostra vita. Umiltà cosmica per evitare il peccato di hybris. La chiarificazione, o lo stato di grazia, non avviene una volta per tutte.

Questa esperienza è una nuova riorganizzazione delle tensioni all’interno della personalità, un equilibrio che deve essere sempre rimesso a punto.

Una conversione dopo l’acme della sofferenza e l’improvviso sopraggiungere della comprensione. La grazia deve essere un dono continuo. “arrendersi” non significa affatto che rinunciamo alla creatività e tendiamo a diventare statici ed improduttivi. C’è creatività nello stato di grazia, dove l’individuo non spreca energie lottando contro inibizioni e costrizioni. Chiarificazione e grazia non eliminano la colpa, ma ci rendono capaci di accettarla e di affermarla (umiltà dell’esperienza). Una maggiore chiarificazione corrisponde ad una maggiore comprensione dell’imperfezione della condizione umana.

Nella situazione umana non va tutto bene: c’è disarmonia interna, disarmonia in questo mondo malato; tuttavia, l’individuo sano, dal canto suo, è disposto a camminare sul filo del rasoio dell’insicurezza e ad affermare la verità e la bontà, come Giobbe che esclama “anche se mi uccide, continuerò a fidarmi di Lui”.

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