L’ARTE DEL COUNSELING – Rollo May

Rollo May

di Luisa Loffredo per Philosofare

Che cos’è un essere umano? Tutto ciò che lo caratterizza, ovvero la totalità di questa espressione, altro non è se non il riflesso esterno della struttura interna che noi chiamiamo “personalità”. Ciò che contraddistingue la personalità è la libertà, l’individualità, l’integrazione sociale e la tensione religiosa: questi sono i quattro principi essenziali della personalità umana, e coincidono con il realizzarsi del processo di vita di un individuo libero, socialmente integrato e psicologicamente consapevole.

Nel XX secolo si sentiva un gran bisogno di psicanalisi ed ecco che apparve all’orizzonte la figura di Freud, il quale ha mostrato il lato sgradevole della natura umana, ed il modo in cui gli equilibri all’interno della mente possano essere gettati nel caos da un meccanismo definito “rimozione” (una sorte di disonestà nei confronti di se stessi).

Si sviluppa così la prassi psicoanalitica che consiste nel far emergere il conflitto dalle oscurità dell’inconscio, portarlo alla luce della coscienza, riconoscerlo e gestirlo in modo razionale.

Il pericolo insito in questo metodo è quello di limitarsi ad un’interpretazione deterministica della personalità, uno schema di causa ed effetto dove la cura consiste nel capovolgere le cose. In questo modo, inoltre, viene esclusa (ed in parte giustificata) la responsabilità umana.

Che ne è dell’intenzionalità, della libertà e della decisione creativa?

I pazienti, prima o poi, devono ammettere le proprie responsabilità; solo in questo modo, una volta liberati dal complesso, essi potranno assumersi il compito di elaborare in maniera creativa il proprio destino/futuro. Salute mentale, dunque, significa recupero del proprio senso di responsabilità personale e della propria libertà. Per libertà non intendiamo il “libero arbitrio”, in quanto l’individuo possiede la libertà come qualità dell’intero suo essere (quali che siano le forze determinanti che esercitano la loro influenza su di lui, alla fine esiste un elemento grazie al quale egli plasma i fattori ereditari ed ambientali in un modello personale unico). La funzione del counselor, di conseguenza, sarà quella di portare il cliente ad accettare la responsabilità della propria condotta e degli esiti della propria vita: egli mostrerà al cliente quanto siano profonde le radici da cui nasce la decisione, quanto si debba tenere conto delle esperienze precedenti e delle forze dell’inconscio, aiutandolo a trovare e a utilizzare le sue risorse di libertà.

Il counselor che aiuta gli altri a superare una difficoltà di personalità, li aiuta a diventare più liberi.

Noi abbiamo solo il nostro sé con cui vivere e affrontare il mondo. Se non riusciamo a essere noi stessi certamente non possiamo appropriarci di un altro sé, per quanto lo si possa desiderare. Ogni sé è diverso da tutti gli altri, è unico e la salute mentale dipende dall’accettazione di questa unicità.

La funzione del counselor è infatti quella di aiutare il cliente a diventare quello che era destinato ad essere.

Lo scopo ultimo è quello di trovare il ruolo unico che ci è proprio. L’errore più grave che molti counselor commettono è cercare di imprigionare i clienti in un modello particolare. Esiste sempre nel counselor una pericolosa tendenza a considerare il cliente in termini dei propri atteggiamenti mentali, violando così l’autonomia della sua individualità. Suggerire “sii te stesso!” giova egualmente a poco.

Prima di tutto occorre trovare se stessi: e questo è il punto in cui entra in scena il counselor. La funzione del counselor consiste nell’aiutare il cliente a trovare quella che Aristotele chiama l’entelechia, l’unica forma, nella ghianda, che la destina a diventare una quercia.

La nostra mente raggiunge livelli infinitamente più profondi di qualsiasi area coperta dalla coscienza, da qui la necessità di postulare l’inconscio ed osservare il suo modo funzionale di manifestarsi. Nessuna esperienza va perduta, bensì tutto resta registrato in questo magazzino che racchiude ogni sorta di contenuto psichico. Esso può essere suddiviso in livelli: preconscio, inconscio personale, inconscio collettivo, archetipi o immagini primordiali. La coscienza è un qualcosa di molto remoto che si rifà alle sorgenti misteriose del nostro essere. Il counselor ha il compito di aiutare la persona ad individuare il proprio vero Sé, operando una certa riunificazione della coscienza con i livelli inconsci dell’esperienza. Quando gli individui trovano veramente se stessi, trovano la società e le loro radici nelle sorgenti spirituali dell’inconscio. Ne concludiamo che un altro principio della personalità è “l’individualità”.

Il counselor, allora, assisterà il cliente nella ricerca del proprio sé e lo aiuterà a trovare il coraggio di essere quel sé.

L’accettazione del proprio Sé da parte del cliente dovrebbe essere un mantra che costantemente soggiace a tutte le parole e azioni che il counselor fa durante la sua seduta; quella è infatti una delle direttrici principali da prendere nello sviluppo del colloquio.

La personalità non può essere compresa al di fuori di un determinato contesto sociale: quest’ultimo rappresenta il mondo senza il quale essa non avrebbe senso. Ciascuno di noi utilizza gli altri come cardini. Passiamo così ad affrontare la questione dell’integrazione sociale. Far coincidere, e giustificare, i problemi della personalità con le difficoltà sociali si rivelerebbe un ragionamento superficiale, tuttavia un buon equilibrio sociale è la base imprenscindibile per la personalità, perché

l’individuo deve muoversi in un mondo che è fatto di altri individui.

Il nevrotico, ad esempio, manifesta una forte incapacità nell’avere rapporti con gli altri e nel creare legami con il mondo sociale. Noi viviamo all’interno di una costellazione sociale in cui ognuno dipende dall’altro, questo tessuto di interdipendenza teoricamente include ogni individuo che vive attualmente o che sia vissuto in passato. Lo stesso rifiuto del misantropo è prova dell’esistenza di tale interdipendenza. Alla libido di Freud, Adler contrappone la lotta per il potere: forza dinamica presente in ogni individuo. Il concetto di “volontà” in Adler è piuttosto una “volontà di prestigio” che crea il desiderio di uscire dal tessuto di interdipendenza sociale.

Altro aspetto radicato nell’uomo è il “senso di inferiorità”.

Sempre secondo Adler questo universale senso di inferiorità affonda le sue radici nella reale inferiorità del neonato che vede gli adulti esercitare un potere che a lui manca. Il senso di inferiorità e la volontà di prestigio sono semplicemente due aspetti della stessa pulsione: in quanto l’io si sente inferiore, esso assume una speciale facciata di superiorità e si assicura che tutti lo notino. La nevrosi si riduce, dunque, ad uno sforzo antisociale per la conquista del potere: vanità ed ambizione. Una lotta egoica per il potere, piuttosto che il desiderio di rendere servigio all’umanità. Una normale ambizione deriva dalla forza, l’ambizione del nevrotico trae il suo nutrimento dalla debolezza. La paura è una grande devastatrice dei rapporti umani. Gli individui sani si contraddistinguono per essere depositari di due grandi valori: l’interesse sociale e la cooperazione; essi sono persone socialmente integrate, hanno conseguito la completezza.

Soltanto chi è consapevole di appartenere al consorzio umano può vivere la vita senza ansie.

Non esiste incompatibilità tra individualità e tipo di vita sociale adottata, tuttavia esiste un elemento di egocentrico.

Il counselor scoprirà che quanto maggiore è l’integrazione sociale raggiunta dal cliente, tanto più egli realizzerà l’individualità unica che gli è propria.

È compito del consulente aiutare il cliente ad accettare di buon grado la responsabilità sociale, dargli il coraggio che lo liberi dalla coazione del senso di inferiorità, ed aiutarlo a orientare i propri sforzi verso scopi socialmente costruttivi. L’inferiorità e la volontà di prestigio sono due facce della stessa medaglia ed il counselor, quando lo ritiene opportuno, dovrebbe fare in modo di guidare il cliente non solo verso una conoscenza mentale di questo processo, ma verso una vera e propria consapevolezza emozionale.

Scopo della psicoanalisi è riunificare la vita mentale, portando il conflitto dall’inconscio alla coscienza. Maggiore è l’unità, più sano sarà l’individuo. Questa la meta finale. Ma non è vero, sostiene May, che l’ideale sia rappresentato dal conseguimento di una semplice e definitiva unità interna: ciò non è possibile né tantomeno auspicabile, significherebbe la morte della personalità quale noi conosciamo. L’auspicio è il conseguimento di un’organizzazione nuova e costruttiva delle tensioni e non una qualsiasi unità definitiva (trasformare i conflitti distruttivi in conflitti costruttivi).

Alcuni vorrebbero far scomparire del tutto il senso di colpa.

Psicoterapeuti e counselor devono collaborare per liberare la gente da questo opprimente sentimento, tuttavia il senso di colpa non potrà mai essere eliminato del tutto, né ciò, del resto, è auspicabile. Il senso di colpa è la percezione della differenza fra ciò che una cosa è e ciò che dovrebbe essere. L’unico atto nella vita che sembra permettere l’unità del sé è l’atto della creatività pura.

Il senso di colpa nasce all’interno della personalità. Poiché l’uomo possiede una libertà creativa, è sempre in cerca di nuove possibilità, ed ogni nuova possibilità porta con sé non soltanto una sfida, ma anche un elemento di colpa: quest’ultimo va ricercato nel divario che esiste fra la perfezione ed il nostro stato di imperfezione (Platone, conflitto tra anima e corpo). Rank sostiene che esso nasce dalla autocoscienza morale. La nostra natura è contraddittoria, affondiamo le radici tanto nella terra quanto nello spirito: se tentiamo di vivere esclusivamente in termini terreni, diventiamo nevrotici. Non si tratta di due mondi ma di due facce dello stesso mondo. Ad ognuno il compito di sopportare dentro di sé la tensione fra i due aspetti opposti del mondo. Da questa tensione nasce la consapevolezza spirituale.

Lo spirito, quindi, lungi dall’essere qualcosa di morboso di cui dobbiamo vergognarci, è in realtà la prova delle nostre grandi possibilità e del nostro destino.

Le personalità più evolute avvertono questo senso dello spirito in maniera più acuta. Qualsiasi quadro della personalità che trascuri l’aspetto della tensione spirituale è incompleto.

È compito del counselor, nell’aiutare il cliente a liberarsi dalla morbosità del suo senso di colpa, condurlo anche coraggiosamente ad accettare ed ad affermare la tensione spirituale insita nella natura umana. Il senso di colpa nasconde sempre qualcosa di più profondo, che non sempre spetta al counselor indagare. Il counselor può provare a far entrare il cliente nel suo senso di colpa, fino al punto in cui ciò è legato al problema contingente oggetto della seduta; nel momento in cui si va verso il passato, il counselor deve però stare attento a fermarsi prima di entrare in un ambito psicoterapico che non gli compete.

May introduce il caso di George sull’orlo dell’esaurimento nervoso. Forte desiderio di dominio sigli altri, ambizione esagerata, usava la religione come arma al servizio del suo io. Moralizzatore per sminuire gli altri ed affermare il proprio desiderio di superiorità, George è prigioniero di un circolo vizioso di ambizione egocentrica.

Compito del counselor è quello di cercare di ispirare il cliente a mettere in moto una spirale costruttiva.

La sofferenza del cliente gioca in favore del superamento dei suoi problemi. La rassicurazione va usata con parsimonia: l’ansia del cliente è la sua migliore alleata. Il counselor deve aiutare il cliente a passare attraverso la sua sofferenza, per fare in modo che essa si tramuti in qualcos’altro a seguito della rielaborazione avvenuta durante la seduta, nella quale il cliente dovrebbe aver acquisito una nuova prospettiva sul suo dolore. La spirale di George inizia ad evolvere come forza positiva e coadiuvante, all’interno della comunità di cui faceva parte, quando prima era stato una forza negativa. La natura, con meccanismi a noi forse ancora sconosciuti, fornisce l’aiuto delle sue forze a chi ha iniziato un cammino costruttivo, si innesca così una progressione geometrica.

L’origine dei problemi della personalità risiede in uno squilibrio delle tensioni interne. Quando sentiamo che dovremmo fare questo o quello, quando proviamo un senso di inferiorità, di trionfo o di disperazione, le tensioni della nostra personalità subiscono sempre un riadattamento.

Vivere è una continua ricerca di lunghezze d’onda diverse, che sono le esperienze di ogni giorno, sempre nuove e varie, perché scaturiscono dall’infinità creatività della vita.

Neanche le abitudini possono essere statiche: la vita è molto più ricca e creativa di quanto si pensi. La grande tensione di cui parliamo tanto è quella che nasce dal divario fra ciò che siamo e ciò che sentiamo dovremmo essere. Va ricercato l’equilibrio nelle tensioni, non la fuga da esse: accettare coraggiosamente l’inevitabilità delle tensioni ed elaborare le modalità di adattamento più efficaci. Per quanto riguarda i fattori esterni, la personalità li ricerca, li incamera e li utilizza come punti chiave. Lo scopo principale è cambiare se stessi per conformarsi all’ambiente: il processo di adattamento, infatti, è un processo creativo, dinamico e, prima di tutto, interno.

Il counselor deve fare attenzione alla tendenza del cliente a spostare il problema ad aree esterne a lui.

Come scusa per il crollo psicologico in genere vengono colpevolizzati gli eventi, tuttavia l’area significativa di queste tensioni è il proprio mondo interno. La personalità utilizza le situazioni che si presentano nell’ambiente come chiodi a cui appendere i fili della tensione. Questi elementi esterni diventano quindi importanti perché si collegano alle tensioni interne. La personalità assume dentro di sé gli elementi dell’ambiente e li utilizza secondo la propria struttura. Le difficoltà di personalità, però, in sé e per sé sono una questione di equilibrio di tensioni interne.

Esistono modelli di personalità differenti. La salute è questione di qualità e non quantità. Per non incappare in difficoltà analoghe alle passate, è necessario realizzare un migliore equilibrio: cambiare mente. Il counselor deve aiutare il cliente a comprendere se stesso in rapporto all’ambiente, da qui nascerà spontanea (dal cliente) la decisione di cambiare. In molti casi il cliente ha utilizzato un ambiente sfavorevole come scala per risalire ad una situazione di equilibrio della personalità insolitamente efficace: sfruttare l’ambiente negativo, la sua potenzialità per realizzare un più creativo adattamento alla vita. Il counselor deve dare una mano affinché ciò accada.

Chi porta in sé tale disarmonia, vive in disaccordo con se stesso e percepisce un conflitto che lo paralizza. Il cliente deve raggiungere un equilibrio creativo delle tensioni interne in armonia con l’imperfetta società umana, altrimenti il rischio è la nevrosi (disturbo funzionale e non organico). Il counselor deve conoscere le condizioni fisiche del cliente in modo da includere nel quadro clinico tutti i fattori organici di rilievo (causali e derivati). Deve preoccuparsi del risanamento degli atteggiamenti e dei modelli di comportamento dell’individuo, tenendo sempre presente che non esiste una chiara e netta linea di demarcazione con le cosiddette persone “normali”:

tutti abbiamo problemi di personalità e tutti siamo continuamente alle prese con il processo di riadattamento delle nostre tensioni interne.

Nessuno è completamente normale. In ciascuno di noi c’è il desiderio di predominio, la differenza sta nel fatto che in coloro che vengono definiti “normali” questa tendenza si trova in un equilibrio migliore entro la costellazione delle tensioni della personalità. Dice May di non aver mai avuto un cliente nelle cui difficoltà non abbia riconosciuto, almeno in potenza, se stesso. Ogni counselor, in teoria, deve aver fatto questa esperienza.

È richiesta un’importante virtù: l’umiltà.

Chi riesce a riconoscere le particolari tendenze nevrotiche nella propria personalità sarà maggiormente in grado di difendersi dal precipitare in un disturbo mentale manifesto al momento di una crisi emotiva. L’ideale è lasciare libero l’individuo di evolvere secondo la sua forma unica. La possibilità di riequilibrare le tensioni della personalità è il più grande dono che la natura abbia fatto all’uomo, significa creatività. Colui le cui tensioni interne sono particolarmente suscettibili all’adattamento, sarà più sensibile e soffrirà di più, ma godrà di possibilità maggiori. Più l’equilibrio interno delle tensioni è sensibile, maggiore è la creatività. Le tendenze nevrotiche, se affrontate con coraggio e costruttività, rappresentano veramente possibilità di sviluppo particolarmente creative.

In che modo funziona la personalità? In che modo si incontra con un’altra personalità e come reagisce ad essa? Tramite l’empatia, il sentire dentro.

Pathos, simpatia. Empatia significa uno stato di identificazione fra personalità molto più profondo: una persona si sente dentro l’altra, tanto da perdere temporaneamente la propria individualità; ovvero: il sentimento o il pensiero di una personalità che entra dentro l’altra fino a raggiungere uno stato di identificazione. Come sostiene Adler essa ha luogo, in una certa misura, in ogni conversazione; rappresenta il processo fondamentale dell’amore.

Anche l’esperienza artistica dell’empatia è fondamentale: chi intende fare esperienza estetica di un oggetto deve identificarsi in qualche modo con esso. Jung pone l’empatia al centro della sua teoria estetica. Nel processo del counseling la funzione catartica è presente al massimo grado; una sorta di funzione empatica in cui il counselor deve dimenticare quasi completamente se stesso.

L’empatia scatta nel momento in cui un essere umano parla con un altro. Vive in noi la predisposizione ad un innato senso sociale e ad un sentimento cosmico (riflesso dell’interdipendenza dell’intero cosmo che pulsa in noi, insito nel nostro essere uomini).

Uno dei principi che regolano l’instaurarsi di un rapporto, riguarda la capacità di utilizzare il linguaggio dell’altro: la migliore identificazione con l’altro avviene quando usiamo il suo linguaggio.

Jung descrive questo processo di fusione, ovvero l’incontro tra due persone, come il contatto di due sostanza chimiche; se avviene una qualche reazione, entrambe vengono trasformate. Partecipazione mistica. Comprensione significa l’identificazione del soggettivo e dell’oggettivo che si traduce in una nuova condizione la quale trascende entrambi.

Per conoscere il valore della vita, dobbiamo abbandonarci alla partecipazione. È pura follia pensare di poter conoscere un altro attraverso l’analisi o delle formule: è impossibile conoscere un’altra persona senza esserne innamorati in senso lato. L’amore opera un cambiamento tanto nella personalità dell’amante quanto in quella dell’amato, li fa diventare più simili l’uno all’altro. È la forza più grande di cui disponiamo per influenzare e trasformare la personalità.

Il counselor opera fondamentalmente attraverso il processo dell’empatia, in una fusione psichica comune con il cliente. In questo modo il problema di quest’ultimo ricade su “una nuova persona” ed il counselor può portarne metà del peso.

Empatia non significa identificazione delle proprie esperienze con quelle del cliente, in un vero counseling non c’è posto per i ricordi del counselor.

Le esperienze del counselor non intervengono come tali nella situazione del counseling: lo scopo è quello di capire il cliente sulla base del suo modello di personalità unico. Sarebbe bene se il counselor dimenticasse di aver mai avuto esperienze analoghe, la sua funzione è quella di rinunciare a se stesso ed abbandonarsi alla situazione empatica.

May passa a parlare di telepatia e di come questo fenomeno si verifichi con estrema facilità, rappresentando uno dei principali veicoli del transfert. Prenderne coscienza ci aiuterà a capire che, se l’altro può intuire i leggere i nostri pensieri (anche dai piccoli gesti), tanto vale essere sinceri fin dall’inizio. Il transfert, dunque, presenta anche un suo risvolto etico, smaschera la tendenza all’inganno ed all’autoinganno (in quanto ogni essere umano ha la predisposizione ad ingannare gli altri, in quanto il suo io lotta sempre per conquistare prestigio a loro spese). È auspicabile rendersi conto che i rapporti umani sono tutt’altro che perfetti e che questa imperfezione è meglio ammetterla. Chi si sente inferiore ricorrerà alla “svalutazione dell’altro” in modo da collocarsi in una posizione più elevata.

Il transfert psichico può avere anche un contenuto positivo ed amichevole. Il segreto di rapporti personali soddisfacenti è l’impiego dell’empatia in questa forma costruttiva, affermativa e amichevole che favorisce lo sviluppo. Mente e cuore come se fossero un libro aperto. È necessario abbattere tutte le barriere, fino ad accettarsi reciprocamente per quello che si è. Non esiste al mondo esperienza più purificante della nudità psicologica. Sincerità, ovvero “essere senza cera”.

L’influenzamento è un processo che opera prevalentemente nell’inconscio; una migliore comprensione di esso ci consentirà di proteggere meglio noi stessi e gli altri dagli effetti insidiosi e nocivi delle diverse ondate di propaganda che aggrediscono la nostra cultura come epidemie. Esso rappresenta uno dei risultati dell’empatia. Influenza delle idee. Influenza temporanea sulla personalità. In base al principio di empatia è impossibile che due persone conversino fra loro in maniera autentica senza che l’una si avvicini allo stato psichico dell’altra. Il counselor capace e sensibile sarà in grado di indurre nel cliente un determinato stato d’animo, assumendolo egli stesso. In genere questo influenzamento è inconscio: non certo il risultato di un puro e semplice contatto; concorrono, infatti, elementi presenti nell’ambiente, selezionati dall’individuo. L’influenzamento è esercitato da chi detiene il potere, da colui che possiede coraggio sociale. Da non dimenticare il fattore verità: il nostro mondo non è ideale, noi riusciamo a convincerci di qualsiasi cosa insensata purché in sintonia con gli sforzi del nostro io. Il pubblico vuole essere preso in giro, osserva Adler. La gente accetta di lasciarsi persuadere da una palese menzogna se credendo ad essa può innalzare il proprio prestigio (per fare ciò è capace di vere e proprie acrobazie mentali).

Per riassumere: il processo di influenzamento è inconscio da entrambe le parti. Il processo imitativo avviene come parte della partecipazione mistica: ad esercitare l’influenza è la vera personalità del counselor, non le parole che pronuncia (che rimangono un fatto superficiale). Abbiamo una responsabilità nell’influenzare gli altri. In quanto counselor siamo tenuti a sviluppare la nostra capacità di empatia. Imparare ad abbandonare il proprio sé agli altri, essere disposti a venire trasformati, morire a se stessi per vivere con gli altri; perdere temporaneamente la propria personalità per ritrovarla, infinitamente più ricca, nell’altro.

Il counselor si contraddistingue per una speciale sensibilità alla gente: alle speranze, alle paure ed alle tensioni della personalità. Egli è particolarmente attento a tutte le minime manifestazioni del carattere.

Ma come leggere un carattere?

Fondamentale è percepire tutte quelle piccole espressioni che al profano potrebbero risultare insignificanti, saperne intuire il significato. Il modello della personalità si manifesta in azione dell’individuo. L’intera personalità può dare un’espressione indelebile, in un modo o nell’altro, che noi percepiamo in maniera quasi intuitiva. Tali espressioni hanno significato lievemente diverso da individuo ad individuo, ecco perché il counselor deve essere molto cauto nel trarre conclusioni. Egli può fare ipotesi sul modello di personalità di un individuo soltanto sulla base di una costellazione di molti e diversi fattori. Soltanto quando se ne ha a disposizione un certo numero e tutti indicano prevalentemente la stessa cosa è possibile incominciare a formulare delle ipotesi. Alcuni aspetti da osservare? Come il cliente si avvicina, come stringe la mano, come tiene le distanze, la postura del corpo, l’abbigliamento e la mimica facciale; anche il tono della voce: onestà nel parlare significa immediatezza, ed è assai probabile che chi insiste su un determinato argomento, o parla con voce nervosa, o si esprime in maniera indiretta stia cercando di prenderci alle spalle. Ricordi, dimenticanze, lapsus verbali, azioni mancate. Per ognuna di queste generalizzazioni esistono delle eccezioni; ma la generalizzazione ha tuttavia un suo valore e non risulterà del tutto inutile al counselor attento ed esperto.

Sebbene il counselor non si serva di questi fenomeni, al pari dello psicoterapeuta, tuttavia potrà trarre grande profitto dalla comprensione del loro significato. Il suo interesse è volto ad osservare con intelligenza, piuttosto che a trarre conclusioni.

May introduce anche il concetto di costellazione familiare. La personalità risulterà differente a seconda del posto occupato all’interno della propria famiglia: primogenito, secondogenito, figlio minore, figli centrali, figlio unico, gemelli. Il retroterra familiare non deve essere considerato la causa unica della situazione attuale dell’individuo, ma rappresenta un elemento utile. L’ambiente infantile può essere utilizzato in modo creativo. Da qui il counselor potrà iniziare a fare delle considerazioni iniziali senza però trarre conclusioni definitive.

Il mestiere del counselor è quello di capire la gente. Per capire la gente, il vero counselor deve porsi in un’ottica di apprezzamento. Questo modo di fare, gradito dalle persone, permette di abbattere le barriere che separano gli individui; sottrae per un attimo l’altro alla solitudine dell’esistenza individuale e lo introduce alla comunione con un’altra anima. È la forma di amore più oggettiva: colui che mi capisce (il dono della comprensione).

Preso contatto con il cliente, ci troviamo finalmente nella fase centrale dell’incontro: la confessione. Il cliente deve tirare fuori il problema. È una prova di resistenza. È consigliabile lasciar parlare il cliente per almeno due terzi dell’ora di colloquio. Successivamente si passa alla fase dell’interpretazione: tanto il counselor quanto il cliente analizzano i fatti emersi e cercano di individuare il modello di personalità che sta all’origine del disadattamento. Il counselor deve porre soltanto domande mirate. Può formulare ipotesi, esercitando sul cliente un’influenza empatica.

Il colloquio inizia prestando la massima attenzione ad ogni piccolo dettaglio.

Il cliente viene lasciato libero di parlare. Il counselor dimentica se stesso entrando il contatto empatico (fusione mistica) con la persona che ha dinanzi. Terminata la narrazione, il fatto viene analizzato. Il counselor cerca di mettere in evidenza i rapporti diversi all’interno della personalità. Nel momento in cui il cliente chiede consiglio, il counselor deve utilizzare la richiesta di consiglio come un mezzo per fare accettare al cliente un maggior senso di responsabilità personale. Egli deve permettere al cliente di allentare le tensioni artificiose liberando le sue capacità creative. Il cliente tenta di giustificare il problema ricorrendo all’ambiente della sua infanzia, esimendosi così dalle proprie responsabilità. Si giunge ad una fase di stallo: il counselor lo ha costretto ad andare in profondità, molto più di quanto egli si aspettasse. Compito del counselor è sintetizzare la diagnosi e giungere alle conclusioni, sfruttando il rapporto empatico che si è stabilito fra lui ed il cliente. Dicendo, ad esempio (il caso analizzato da May è la storia di Bronson): “lei può diventare coraggioso e far sì che questo inutile senso di inferiorità si dissolva. Può sviluppare il coraggio dell’imperfezione, deve solo dare una possibilità alle sue capacità creative, cioè deve fidarsi ed affermar di più la vita”. Il colloquio termina con uno scambio di sguardi.

Alcune delle forze terapeutiche tirate in campo sono la comprensione e la suggestione.

Una seduta dovrebbe durare un’ora, durante la quale deve parlare prevalentemente il cliente. Di per sé la confessione ha valore catartico. Il counselor esperto è in grado di orientare la confessione del cliente in direzione del problema centrale. Egli non deve lasciarsi scandalizzare né offendere. L’atteggiamento da assumere è quello di una calma obiettività, basata sulla comprensione che niente che sia umano gli è estraneo o è indegno della sua comprensione. Dinanzi ad una crisi emotiva, pianto o simili, il counselor deve rimanere calmo per fare in modo che la sua calma si trasmetta, attraverso l’empatia, al cliente. Si può lasciare che il cliente pianga per un po’, fino a recuperare uno stato di equilibrio emotivo.

Il counselor deve guardarsi bene dal manifestare simpatia durante il colloquio: l’empatia è l’atteggiamento migliore.

L’interpretazione è una funzione del lavoro congiunto counselor/cliente.

Il counselor suggerisce le interpretazioni, non le afferma in maniera dogmatica. Tutte le conclusioni in materia di personalità appartengono all’ordine delle ipotesi e la verità delle ipotesi dipende dal modo in cui essa funziona nella personalità che ci troviamo di fronte. Il counselor deve essere capace di leggere il significato delle reazioni del cliente ai suggerimenti. Egli non deve aspettarsi di scoprire per intero il modello della personalità dell’individuo; deve ascoltare con obiettività e quindi aiutare il cliente a confessare ed esprimere certi aspetti del problema; deve aiutare il cliente a comprendere le radici più profonde della sua personalità; deve evidenziare i rapporti che daranno al cliente una nuova comprensione di se stesso e metterlo così in grado di risolvere il problema. Il counselor probabilmente finirà con l’elaborare un proprio questionario per ottenere le informazioni necessarie sulla personalità: retroterra familiare, età, stato di salute, hobby, interessi particolari ed amicizie.

Lo scopo del processo del counseling è attivare la trasformazione della personalità del cliente. La confessione è seguita dall’interpretazione; si approfondisce l’analisi, ipotizzando possibili scenari, fino ad individuare l’origine del problema (un errato adattamento delle tensioni interne che va di pari passo con atteggiamenti sbagliati nei confronti della vita) in modo da orientare il cliente verso un nuovo equilibrio delle tensioni.

Il counselor non forgia l’individuo, il suo sforzo è volto a liberarlo, permettergli di essere se stesso. La trasformazione della personalità non avviene attraverso i consigli. Il consiglio è sempre superficiale. Il vero counseling opera in una sfera più profonda e le sue conclusioni sono sempre il risultato del lavoro congiunto di due personalità che operano allo stesso livello.

Dare consigli viola l’autonomia delle persone.

Può accader che il counselor venga chiamato a dare consigli su questioni che non riguardano strettamente i problemi della personalità, tuttavia ogni decisione importante deve venire dal cliente.

La suggestione svolge un ruolo inevitabile nello sviluppo di ogni personalità; ma perché accettiamo certe suggestioni rifiutandone altre? Dobbiamo chiederci che cosa, nel suo modello di personalità, ha reso un individuo disponibile ad accettare una data suggestione che gli veniva dall’esterno. Il counselor può tirar fuori un certo numero di suggestioni, egli infatti può esporre al cliente tutte le possibili alternative costruttive. La comprensione del problema opera di per sé una certa trasformazione nella personalità del cliente: se il paziente comprende veramente, agirà correttamente. Conoscere la verità comporta una pulsione a mettere in atto. Il cliente sarà condotto ad allentare la sua abitudine stereotipata all’autoinganno e ad orientarsi verso forme di comportamento socialmente costruttive.

Il counselor deve cercare di portare il cliente ad una comprensione dei fattori che hanno indotto le difficoltà, mettendo in moto nella sua mente un’attività creativa volta a correggere gli errori.

Tuttavia la conoscenza non è tutto e la comprensione non è la sola, molto scaturisce dall’influenza che deriva dal rapporto empatico. Il counselor determina una certa trasformazione nel carattere dell’altro semplicemente orientando il suo umore e la sua volontà nel rapporto empatico. Per Rank, identificarsi con la volontà positiva del terapeuta, concede al cliente una forza supplementare per sconfiggere la propria volontà negativa. Il counselor sa che il suo coraggio diventerà quello del cliente, nel momento in cui i rispettivi stati psichici si saranno in una certa misura identificati. L’empatia è raggiunta, tuttavia il terapeuta ha dovuto rinunciare ad una parte della sua contentezza per assumere su di sé parte dell’infelicità del cliente. Il counselor può utilizzare la sofferenza del cliente per raggiungere il proprio scopo: incanalarla in modo che essa fornisca energia necessaria per operare la trasformazione del carattere.

La comprensione razionale è spesso inadeguata, gli esseri umani cambiano solo a seguito di profonde sofferenze: ovvero quando il dolore si fa così grande da decidere addirittura di rinunciare ad un atteggiamento sbagliato (questo è lo stadio di disperazione che rappresenta il presupposto per qualsiasi cura).

Il dolore è segno che si dispone di energia necessaria a trasformare il carattere. Il counselor non dovrebbe alleviare la sofferenza del cliente, piuttosto orientarla, canalizzandola in maniera costruttiva.

Il counselor non deve assumersi la responsabilità della salvezza del cliente, è utile astersi dall’avere rapporti sociali personali con il cliente. La pacca sulla spalla può far molto male al cliente, inducendolo a procrastinare il superamento definitivo delle difficoltà. Il cliente deve uscire dallo studio più coraggioso, pur con la consapevolezza che la sua personalità va trasformata. Durante la fase di interpretazione, egli comprende il valore teorico di una trasformazione del proprio carattere, tuttavia rimanda; il counselor non può far altro che aspettare, o provare a portare la sofferenza dell’altro ad un unto critico per provocare la crisi. Si tratta di far scoppiare il malessere presente in potenza, ed evitare così una crisi peggiore. La funzione del counselor è mettere in relazione la sofferenza del cliente con gli aspetti nevrotici del suo modello di personalità, mostrare in che modo le sue sofferenze siano legate ad atteggiamenti ed a comportamenti sbagliati. La disperazione darà luogo alla speranza.

Di fronte le forze creative della vita il counselor si arresta con umiltà, e tale sentimento non è qualcosa di falso: quanto più il counselor comprende la personalità, tanto più chiaramente si rende conto di quanto siano minimi i suoi sforzi di fronte alla grandezza del tutto.

L’equazione personale del counselor recita: “la tecnica del cambiamento deve essere dentro di voi”.

Un buon counselor si contraddistingue per simpatia, capacità di sentirsi a proprio agio in compagnia degli altri, empatia ed altre caratteristiche che possono avere anche una connotazione di ambizione personale. Se il counselor gode sinceramente della compagnia degli altri e desidera il loro bene, automaticamente susciterà attenzione. Freud direbbe: “deve aver effettivamente provato sulla propria pelle i processi asseriti nella psicoanalisi”.

Vedere gli altri attraverso i propri pregiudizi, questa tendenza è certamente il blocco peggiore e più deviante nella personalità del counselor.

Essa non può essere eliminata del tutto, tuttavia è necessario conoscere se stessi per poterla tenere sotto controllo: comprendere ed eliminare in se stessi quanti più complessi possibile. Non facendo ciò, si tenderebbe inconsciamente a trattare i pazienti sulla base delle proprie deformazioni. È utile per il counselor ricorrere ad un percorso di analisi presso uno psicoterapeuta professionista, quanto meno ad un percorso di autoanalisi. Comprendere del tutto il proprio sé non è mai possibile, tuttavia ci si può spingere abbastanza avanti. Dopo che il counselor avrà approfondito il più possibile l’autoanalisi con lo scrupolo necessario, gli sarà utile, di tanto in tanto, fare anche solo qualche seduta con uno psicoterapeuta o altro counselor, per vedere i vari stratagemmi con cui l’io inganna sé.

May introduce un’attenta riflessione circa il ruolo di counselor svolto da uomini che operano dell’ambito della religione: spesso si tratta di individui caratterizzati da un’ambizione spiccata: il lavoro svolto è il migliore del mondo; il mondo non potrebbe andare avanti senza di loro; più che da un desiderio altruistico, essi sono mossi da un marcato sforzo competitivo dell’io. Spesso questi individui non hanno risolto con successo il problema dell’equilibrio sessuale (spesso essi si giustificano facendo appello al concetto di sublimazione). Questo tipo di terapeuti potrebbe dar vita a dannosi attaccamenti emotivi con i propri clienti: eventualità sconsigliata ad ogni counselor assennato, in quanto il transfert dei sentimenti è una realtà potente. May continua elencando altre caratteristiche: attenzione eccessiva ai dettagli; nevrosi coatta, ossessiva; esagerata opinione dell’importanza del proprio lavoro; non può fallire nelle piccole cose; sensazione di disgrazia che potrebbe derivare da possibili errori; senso di inferiorità e moralismo. Pulsione a dominare in senso morale, complesso di superiorità quale altra faccia del senso di inferiorità. Adler ammoniva ricordando: “non lasciamoci andare a formulare giudizi sul valore morale di un essere umano”. Il counselor deve imparare a stimare ed apprezzare gli altri senza condannarli: comprensione, obiettività imparziale, via dell’empatia. La capacità di non giudicare segna la linea di demarcazione fra una religiosità autentica ed una religiosità egocentrica.

Il counselor deve sviluppare quello che Adler chiama il coraggio dell’imperfezione, ovvero la capacità di sbagliare:

portare i propri sforzi su un campo di battaglia importante, là dove si compiono cose significative e dove il fallimento o il successo diventano questioni relativamente secondarie. Il counselor deve imparare a godere del processo stesso della vita quanto delle sue mete (sfuggire dalla condizione del “tutto o niente”). Egli deve essere certo di avere a cuore il benessere della gente. Il futuro counselor dovrà fare un onesto lavoro di “pulizia” del suo mondo interno, spezzando il nodo gordiano dei pregiudizi egoistici nel counseling: il counselor migliore è la persona devota.

Ogni problema di personalità è un problema di morale. “In che modo devo vivere?”: una personalità creativa mostrerà un’adeguata capacità di adattamento ai rapporti morali.

Possiamo stabilire, come principio di base, che lo scopo di un counseling che possa dirsi riuscito è realizzare un costruttivo adattamento morale alla vita. Molti counselor compiono un errore banale, imboccano una scorciatoia arrivando in modo prematuro ad individuare le implicazioni morali del problema. Nella pratica reale ciò causerebbe un cortocircuito: il cliente verrebbe privato del suo inalienabile diritto a costruirsi una morale propria. Dinanzi una tentazione non serve alimentare il senso di colpa del cliente, neppure fornire delle soluzioni dall’alto: le mete costruttive sono molto importanti, ma devono nascere dalla situazione, esse sono qualcosa che il cliente ha già dentro di sé, un’espressione di aspirazioni che gli appartengono in maniera esclusiva ed unica. Le esortazioni (da parte del counselor) risulterebbero poco benefiche, farebbero aumentare la scissione della personalità. Tensione e volontà fanno entrambe parte della personalità del cliente. La volontà non sarà solo un combattimento a livello superficiale della mente, essa avvierà il processo di riorganizzazione dell’intera personalità per andare in una direzione nuova. Il problema del cliente deve essere compreso in termini di salute mentale, non di moralità.

La vita morale inizia con ciò che siamo: moralità significa espressione strutturata di sé. Se l’individuo non esprime ciò che è, la morale non ha contenuto. Le spinte istintuali emergono dell’inconscio, da questo deposito provengono le fantasie che si traducono nella grande espressione artistica dell’umanità. Si usa considerare “buone” le spinte istintuali che sono dirette verso modalità socialmente costruttive. Il lato istintuale della vita ci spaventa, riconosciamo la tendenza all’autodistruzione ed alla distruzione degli altri, di cui detestiamo ammettere l’esistenza: da qui la rimozione. Quando la rimozione non funziona, si tende a creare dei sistemi di regole per controllare i bisogni istintuali. È giusto aver paura di questi istinti, l’errore è cercare la scorciatoia: non possiamo controllare tali forze facendo leva sulla disonestà (queste ultime continueranno ad influenzare gran parte del nostro comportamento).

Ciò di cui abbiamo bisogno è la cooperazione tra spinte istintuali e scopi coscienti.

Un simile rapporto di cooperazione è possibile avviarlo soltanto sulla base della comprensione e della riconciliazione. Invece di prendere decisioni, diventare decisi. Sarà la volontà a riorganizzare la personalità. Coloro che cercano di inibire i propri bisogni istintuali svuotano la vita di contenuto. La vita non è fatta di semplice ottimismo, perché il male esiste; ma non è fatta neppure di solo pessimismo, perché esiste il bene. La possibilità che, pur in presenza del male, ci sia posto per i sentimenti nobili, è ciò che dà alla vita il suo senso tragico. Nei confronti delle spinte istintuali, dunque, non dovremmo assumere un atteggiamento di conflitto o rimozione, bensì di comprensione e di collaborazione: dobbiamo utilizzare queste forze a fin di bene; guardare al di là delle regole superficiali, frutto di una morale meschina, a favore di una moralità più significativa. Alcuni istinti costruttivi sono: la spontaneità, chi ha imparato ad esprimere se stesso; l’integrità, chi ha imparato una sana modalità di espressione di sé, parlando e vivendo sulla base del proprio sé profondo; l’originalità, in quanto niente è coerente nella vita e solo chi ha realizzato la propria originalità è maggiormente capace di affrontare le varie crisi della vita. Vivere in accordo con le proprie spinte istintuali permetterà di raggiungere nuove forme di libertà. Quasi tutte le persone sono prigioniere di inutili paure, scopo del counseling è liberare l’individuo. È necessario vivere le infinite spinte istintuali che insorgono come una grandiosa sfida interna, ma ciò richiede coraggio: il coraggio dell’imperfezione.

Il pozzo artesiano all’interno dell’individuo non deve inaridirsi, bensì fluire liberamente: è, dunque, compito del counselor prospettare alle persone scoraggiate le possibilità di gioia e realizzazione che le aspettano.

Il volume si chiude con una riflessone sulla “religione e la salute mentale”, prendendo spunto dal caso di Harold (il quale soffriva di nervosismo e perenne stato di preoccupazione, entrambi conseguenza del suo radicato complesso di inferiorità). Harold era un giovane appena uscito dal seminario ed in procinto di insediarsi nella sua parrocchia. Fin da giovane aveva smesso di concedersi tante abitudini, anche le più banali, al solo fine di poter costruire (agli occhi del mondo) un’immagine di sé impeccabile. Anche la scelta della futura compagna di vita era stata pensata in vista del proprio desiderio di rispettabilità e con lo scopo di accrescere il successo personale. Cosa può fare il counselor in un caso del genere? Lo può aiutare a comprendere come il suo fondamentale stato di inferiorità lo stia portando ad un’insensata competizione sul piano morale e religioso. La religione serviva ad Harold come barriera fra sé e gli altri, anzi la sua stessa ragion d’essere stava proprio nell’erezione di questa barriera.

La religione acquista una tendenza pericolosamente nevrotica ogni volta che separa l’individuo dagli altri esseri umani. Accade spesso che la religione stessa favorisca la nevrosi, ogni volta che limita ed impoverisce l’esistenza, distruggendo così la possibilità di una vita ricca e piena, ogni volta che per suo tramite l’essere umano si rifugia in uno stato infantile di dipendenza e di protezione. La religione fa appello alle nostre esigenze nevrotiche, “sarebbe la nevrosi ossessiva universale dell’umanità”. Ciò che Freud attacca è l’uso scorretto della religione, in quanto “religione autentica” vuol dire “l’affermazione fondamentale del senso della vita” (ed è di questo tipo di religione che si dovrebbe parlare).

Potremmo descrivere l’atteggiamento nevrotico come un’incapacità di affermare (ovvero accettare in maniera attiva come risposta della propria personalità totale). Nel nevrotico è forte il senso di insicurezza, egli non riesce a comprendere come, in realtà, tutti ci sentiamo insicuri. Il nevrotico non riesce a fidarsi né ad abbandonarsi. Egli considera ostile l’universo: una forma di vigliaccheria la sua, in quanto riconoscere fiducia nella vita equivale a rendersi conto che proprio tale fiducia rappresenta la premessa per superare ogni insicurezza.

Ciò di cui abbiamo bisogno per vivere, secondo Jung, è fede, speranza, amore ed intuizione.

Tutti abbiamo bisogno di qualche scopo, anche se frammentario, in cui credere. Senza scopi non esiste alcun significato; senza significato, alla fine, diventa impossibile vivere. Lo scopo funge come il nucleo d’acciaio dell’elettromagnete. La religione, quella vera, aiuta l’uomo a credere nel processo della vita. Dio rientra nel regno degli archetipi: questi ultimi, nel processo di guarigione del nevrotico, pervengono a vita indipendente e servono da guida spirituale per la personalità, sostituendo in tal modo l’io inadeguato ed il suo vano volere e lottare.

Nel momento in cui ci si muove alla ricerca di un senso della vita, la psicoterapia va a sconfinare nella teologia. Qualsiasi descrizione della personalità deve prendere in considerazione la tensione insita nella natura umana fra ciò che dovrebbe essere. Il termine teologico “grazia” in psicoterapia trova il suo corrispettivo nella parola “chiarificazione”.

È stato riscontrato (ad esempio nei gruppi Alcolisti Anonimi) come giovi alla cura il credere nell’esistenza di una forza superiore: accade che il processo di “inversione di tendenza” prenda le mosse nel momento in cui il nevrotico, giunto ormai ad un grado talmente profondo di sofferenza, decide da sé di rinunciare a qualsiasi cosa (anche alla vita, se necessario) per abbandonarsi: “sia fatta la tua volontà”. Deve arrendersi, e la forza curatrice dell’universo, se così vogliamo chiamarla, viene in suo aiuto. Una sorta di scommessa simile a quella formulata da Pascal. Scommettere sulla propria vita. Abbiamo bisogno di rischiare, di postulare la nostra vita. Umiltà cosmica per evitare il peccato di hybris. La chiarificazione, o lo stato di grazia, non avviene una volta per tutte.

Questa esperienza è una nuova riorganizzazione delle tensioni all’interno della personalità, un equilibrio che deve essere sempre rimesso a punto.

Una conversione dopo l’acme della sofferenza e l’improvviso sopraggiungere della comprensione. La grazia deve essere un dono continuo. “arrendersi” non significa affatto che rinunciamo alla creatività e tendiamo a diventare statici ed improduttivi. C’è creatività nello stato di grazia, dove l’individuo non spreca energie lottando contro inibizioni e costrizioni. Chiarificazione e grazia non eliminano la colpa, ma ci rendono capaci di accettarla e di affermarla (umiltà dell’esperienza). Una maggiore chiarificazione corrisponde ad una maggiore comprensione dell’imperfezione della condizione umana.

Nella situazione umana non va tutto bene: c’è disarmonia interna, disarmonia in questo mondo malato; tuttavia, l’individuo sano, dal canto suo, è disposto a camminare sul filo del rasoio dell’insicurezza e ad affermare la verità e la bontà, come Giobbe che esclama “anche se mi uccide, continuerò a fidarmi di Lui”.

IMPORTANTE: gli articoli presenti nel sito hanno solo scopo divulgativo; si tratta di schede dei testi citati, pertanto molte espressioni sono riprese “a calco” dalle opere in questione (nostro – esclusivamente – il lavoro necessario a riassumere i contenuti). Coloro che desiderano citare parte dell’articolo (o condividere l’intero scritto) possono farlo inserendo un link di riferimento alla pagina. Grazie da tutto il nostro staff.

FILOSOFIA DELL’IMMAGINAZIONE – Giancarlo Marinelli e Ferdinando Testa

di Luisa Loffredo per Philosofare

 

L’immaginazione non è staccata dal pensiero: essa, intesa come sensazione più aperta e multiforme, rappresenta il tesoro di ogni filosofia pratica (e di ogni pratica filosofica).

 

È attraverso l’immaginazione che la nostra anima – come afferma lo stesso Achenbach – si innalza a palcoscenico, rendendo possibile quel “secondo pensare” premessa imprescindibile di qualsiasi approccio ermeneutico all’esistenza.

 

L’immaginare, dunque, come risonanza profonda della sensazione, colta – quest’ultima – nella sua totale libertà ed atemporalità/eternità (ovvero nella compresenza estatica ed estetica del qui ed ora). Una facoltà in grado di congiungere e collegare – per mezzo di una dinamica dialogica e dialettica – l’astratto concetto con una (o più) delle possibili incarnazioni concrete, il tutto tramite la mediazione dell’idea (quest’ultima resa, comunicata e condivisa attraverso la parola: da qui la centralità del dialogo, del riconoscimento dell’altro e dell’incontro con esso). È proprio l’idea a realizzare lo “scioglimento” del principale nodo (snodo?) tra realtà puramente astratta (la teoria) e vita pulsante fatta di muscoli e sangue:

 

nel darsi dell’idea si realizza l’incarnazione dell’universale nel particolare, permettendo al primo non solo di “esistere” bensì di “vivere” attraverso il secondo.

 

Da questa presa di coscienza emergono risorse preziose, un vero e proprio calderone alchemico a cui la pratica filosofica, come ogni altro percorso trasformativo, può attingere a piene mani senza timore di prosciugarne la fonte (quest’ultima, come una dinamo, accresce la personale ricchezza proprio nel mentre ne offre parte in dono).

L’immaginazione – recuperando nuovamente Achenbach – rappresenta lo strumento principe per penetrare pienamente il mondo in cui l’individuo si trova ad esistere e pensare, in quanto tale facoltà aiuta gli uomini ad osservare, riflettere, ripensare e possedere il proprio orizzonte degli eventi (ciò che avviene è una vera opera di trasformazione dal momento che l’immaginazione si fa ponte collegando – tra loro – la coscienza dell’uomo con il cuore della propria percezione). La filosofia pratica, dal canto suo, intende muovere (e prendere ispirazione) proprio da questo riflettere, partendo dal concreto e senza limitarsi al concreto: o meglio,

 

la filosofia pratica intende muovere dal palpitante pulsare del cuore incarnato per, poi, recuperare tutta quella infinita ricchezza di atmosfere, idee e concetti (fino ad abbracciare, dunque, ciò che di più astratto l’uomo possa esperire).

 

La filosofia pratica non deve avere paura dei paradossi della finitezza: mettere a fuoco idee che intravvediamo (intuiamo) in ciò che sperimentiamo come sensazione non allontana dalla sensazione bensì armonizza la nostra coscienza ad essa, realizzando una sorta di traduzione/mediazione tra due livelli di linguaggio differenti che – ciascuno a suo modo – raccontano la stessa storia, l’interiorità dell’individuo a cui mente e cuore appartengono. Nelle attività di pratica filosofica occorre sviluppare – e coltivare costantemente – la capacità di far risuonare i reciproci vissuti nell’ascolto dell’altro nonché, aggiunge Marinelli, occorre egualmente “cogliere e potenziare le filigrane eidetiche, i cristalli di idee che si esprimono e che, anzi, costituiscono la carne di quelle situazioni per scorgerne le somiglianze o le radicali differenze con i vissuti e le idee dell’altro con cui entriamo in rapporto”.

 

La filosofia, quando si fa pratica, non può disconoscere o sminuire la centralità del vissuto: il filosofo che vuole agire sul/nel concreto (che vuole con-filosofare) non può assolutamente cedere ad alcuna tentazione di pura astrazione, di pura ricerca di metodo,

 

in quanto un simile atteggiamento lo priverebbe del preziosissimo apporto che solo l’attualità dell’esperienza dialogica – a partire dal problema che l’ospite solleva nel colloquio – reca con sé. Quando la difficoltà in cui ci si trova viene intesa sul serio come situazione – colta nel suo essere flusso di immaginazione – il blocco percepito incomincia ad alleggerire: le difficoltà, infatti, nella loro forma iniziale solo accennata, sono peggiori in quanto sono coscienza solo abbozzata, decisamente trattenuta, tuttavia è sufficiente giungere al compimento naturale con un atto di coscienza di quel malessere, di quel blocco – ovvero immaginarlo – per far sì che esso paradossalmente si assottigli ed alleggerisca.

 

Immaginare la propria situazione di malessere, immaginarla in senso concreto e completo, incarnato e rispettato nella propria assolutezza, fa sì che inevitabilmente quel malessere divenga meno gravoso

 

(in quanto la nostra coscienza riesce ad aderire meglio a ciò che comunque accade dentro e fuori di noi).

La parola filosofica è sì razionale, tuttavia la sua “cifra” di significato non si esaurisce nella sola speculazione intellettuale; la parola filosofica non si dà mai totalmente separata dalle sensazioni e dalle emozioni (in quanto parte da esse) ma ne sa cogliere la cornice, il perimetro, l’orizzonte che orienta anche gli atti di coscienza più astratti. Immaginazione come strumento per entrare in comunicazione, in empatia, abbracciando scenari possibili senza il vincolo del proprio punto di vista: comprendere il consultante in quanto capaci di risuonare con la sua interiorità profonda, mentre il consultante – scommettendo sui rimandi filosofici del consulente – moltiplica e amplifica in una spirale di riscontri e conferme che lo conducono verso una vera e propria trasformazione: non un abdicare alle proprie idee iniziali bensì un accogliere, ampliando l’orizzonte di significato, possibili sensi ulteriori. Certo l’idea sembra poter rivendicare un primato nei confronti del sentimento, della sensazione, in virtù dell’intrinseca capacità di dare forma completa all’universale, tuttavia nessuna idea può essere se questa sua esistenza si limitasse esclusivamente alla dimensione astratta – al piano dell’utopia (utopia: non luogo, e nulla può essere se non nel qui ed ora) – in quanto la conoscenza è possibile solo là dove una cosa è attraverso molte cose (l’en kai pollà platonico). Il piano di coscienza, dove impera la ragione, è sicuramente molto più dialogico e molto più ermeneutico, molto più grande, ma pur sempre radicato (come seme di infinite realizzazioni) nelle mille contraddizioni e nel corpo.

 

Prestare ascolto ai vissuti, riconoscendo la profonda dignità di questi ultimi, pone il filosofo consulente su di un piano di coscienza molto più ricco, plurale.

 

L’immaginazione, dunque, appare radicata nella sensazione pur abbracciando anche il pensiero (Hamann: “l’intero tesoro dell’umana conoscenza e dell’umana felicità viene dalle immagini; sensi e passioni non parlano che per immagini”). Il rapporto tra sensazione ed intelletto si dà sotto forma dialogica nell’incontro della “voce altrui”, dell’alter ego, a partire da noi stessi, dalla costituzione – dentro di noi – dell’estraneo, in quanto ogni apertura implica la relazione: l’unus versus alia, coscienza di una cosa che si volge verso un’altra cosa, l’io e tu. Questa schiusura che si realizza nel dialogo (con se stessi o con altri) appare sempre come voce altrui, essa comprende sempre anche qualcosa di impersonale, il sovra-personale: se la relazione si attua fino in fondo, essa implicherà sempre la totalità. Immaginare è, di per sé, un profondo “pensare-immaginare”, un profondo “pensiero senziente”; immaginare è, egualmente, un’attività libera della coscienza che – data la natura processuale della percezione – prolunga infinitamente quest’ultima, ovvero la sensazione iniziale, aumentandone il valore di “rappresentazione”, riuscendo a far affiorare (nel cuore della sensazione) la funzione evocativa, già in parte astratta, dell’idea.

 

La ragione e l’intelletto colgono, così, attraverso la filosofia dell’immaginazione, la forma, l’intelligenza presenti e viventi nella sensazione, nella “materia” dei nostri sensi e delle nostre emozioni.

 

Il potenziamento dell’espressione dei sentimenti, delle emozioni e delle sensazioni individuate in termini di idee e concetti (nei gruppi di polifonia socratica o nei gruppi sulle voci interiori, ad esempio) permette di focalizzare ed amplificare la caratteristica generale della filosofia, ovvero evidenziare la connessione continua delle idee con le situazioni, i vissuti, le emozioni e le sensazioni costitutivi delle varie esistenze. L’attività immaginativa è un vedere con gli occhi del cuore; essa non vuol compiere voli pindarici bensì, muovendosi lungo l’epistemologia del pensiero immaginale, desidera costruire un progetto che parta dall’autenticità e dalla soggettività dello stare in relazione con se stessi e con l’altro. L’atto di vedere attraverso – questa la chiave – tentando, poi, l’incontro dialettico tra lo spirito del profondo e lo spirito del tempo per arrivare – infine – alla nascita del Senso Superiore. La filosofia dell’immaginazione volge il proprio sguardo alla relazione dialogica e non smette di instillare gradualmente – nello spazio dell’incontro – il tempo dell’intuizione, ovvero della capacità creativa di figurarsi la realtà da diversi punti di vista. È proprio questa tensione dialettica e rivitalizzare l’incontro filosofico mostrando come nel proprio mondo interiore esista un spazio della réverie, poetico, ricco di risorse e possibilità trasformative.

 

Abitare lo spirito del profondo, d’altro canto, significa affidarsi alla vita.

 

Interessante, nel contesto della consulenza, la metafora del commentare, come possibilità di espandere il problema presentato sotto il monoteismo di un solo punto di vista e collocarlo – scrive Testa – in un’ottica mercuriale e politeistica. L’immaginazione è, prima di tutto, una visione del mondo: una strada accanto ad altre strade. L’immaginazione, strumento e risorsa della pratica filosofica, evoca ed attiva immagini ma lo fa non in modo casuale bensì cercando di comprendere – proprio attraverso tali fantasie – i fatti interni e tentando di renderli per mezzo di rappresentazioni fedeli alla loro natura. Da qui l’importanza della funzione immaginativa, dell’istinto di creatività, ovvero della capacità di abbandonarsi nella relazione hic et nunc, passando dal mondo della necessità a quello della possibilità e sperimentando finanche l’infinito nel finito.

 

Immaginare i problemi e gli stili esistenziali da differenti punti di vista fa sì che ci si possa aprire ad un pensiero nuovo e ad un nuovo modo di pensare: un pensare per immagini.

 

Spontaneità, però, non significa invenzione arbitraria: la funzione delle immagini – a cui consulente e consultante possono volgere il proprio sguardo interiore – è quella di mostrare tutto ciò che è refrattario al concetto (l’immagine risvegliata).

 Un modo per attivare l’immaginazione e renderla ponte tra il vissuto e l’attività del nostro intelletto è, scrive Marinelli, l’esperienza del viaggio interiore: viaggio che inizia proprio osservando dentro di sé quale sensazione risuona di più, quale “voce interiore” (“spirito del profondo” per Jung) si impone alle altre pur presenti nel proprio animo. Queste voci si esprimono in immagini attraverso idee e concetti che hanno il potere di rivelare e vivificare la nostra vita superficiale, lo “spirito di questo tempo”.

 

L’attività immaginativa apre, dunque, le porte ad una dimensione prospettica, permettendo di vedere in trasparenza e di leggere simbolicamente i misteri dello sviluppo della coscienza personale e collettiva.

 

La via delle immagini ha una capacità autonoma e strutturata basata sulla polifonia dei significati, sull’ambivalenza e sui paradossi: essa apre ad una molteplicità di differenti modi di vedere ed intendere il mondo. L’immaginazione si pone come uno spartiacque tra il noto e l’ignoto, il visibile e l’invisibile, la parola ed il silenzio, attivando la verticalità del pensare. L’immaginazione dà un respiro profondo e cambia la visione di se stessi, permette l’incontro ed il confronto con una realtà altra da noi, sconosciuta, che tuttavia ci abita: per fare ciò è necessario sforzarsi di trovare le immagini che si nascondono dietro le immagini che si mostrano, puntando alla radice stessa dell’immaginazione (facendo attenzione a non lasciarsi fuorviare da una delle sue possibili ombre, ovvero l’imitatio: quest’ultima rende impossibile il viaggio dell’anima in quanto si aggrappa al già esistente, l’immaginazione invece apre la strada all’iniziazione, essa porta al centro il fenomenico puntando alla quintessenza, al divieni ciò che sei). Guardare le cose che accadono dalla prospettiva del pensiero immaginale comporta la presenza di una coscienza che sappia reggere agli urti delle immagini patologizzanti.

 

L’immaginazione cambia lo sguardo, spinge lo spettatore ad essere attore, munito di una responsabilità etica per accogliere in maniera ospitale lo sconosciuto, lo straniero con cui arrivare ad un patto.

 

L’immaginazione ci ricorda che la ricerca dell’invisibile è una ricerca eterna; essa si pone come la chiave per rendere il pensiero fluido, sensibile, prospettando soluzioni che costantemente inducono a guardare, a sporgersi con gli occhi oltre il muro della propria ristretta visione, ad arrischiarsi oltre il noto. Consulente ed ospite, concedendo ascolto all’immaginazione e riconoscendone le potenzialità, si proiettano oltre se stessi grazie ad una sorta di contaminatio reciproca, amplificando ed allargando la propria prospettiva. L’immaginazione permette di stare nella relazione hic et nunc, essa attiva le strutture narrative che diventano chiavi per aprire il pensiero verso un nuovo stile di raccontare e curare la propria vita, sollecitando la dimensione evocativa e non solo quella interpretativa delle immagini.

 

Dalla narrazione della propria storia emerge la tessitura di una nuova trama che nasce nel presente della narrazione terapeutica, luogo in cui le immagini si uniscono dialogicamente alle emozioni, ristrutturando una nuova forma o visione del Sé che determina una Weltanschauung aperta al processo di trasformazione della realtà.  

 

Ferdinando Testa e Giancarlo Marinelli

Giancarlo Marinelli – Counselor filosofico, consulente familiare, direttore della Sucf, co-presidente del comitato scientifico della SICoF, socio fondatore della SUCF, conduce gruppi di Polifonia socratica a Roma e in Umbria, docente e coordinatore della parte pratica del master in Consulenza filosofica della Terza Università di Roma, docente ordinario di storia della filosofia e referente di sportello di ascolto in counseling filosofico presso Liceo Classico Tacito di Terni. Ha partecipato come relatore a diverse conferenze internazionali di pratica filosofica, è stato membro del comitato scientifico della VIII conferenza internazionale di pratica filosofica.

Ferdinando Testa – ha conseguito la laurea in Psicologia presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”,con voti 110/110; ha conseguito la Specializzazione quadriennale post laurea in “Medicina psicosomatica”, presso l’Istituto Riza di Roma/Milano e il diploma di psicoanalista junghiano presso il C.I.P.A.(Centro Italiano di psicologia analitica di Roma) ed è membro dello I.A.A.P., Associazione Internazionale di Psicologia Analitica. E’ iscritto all’Albo degli Psicologi della Regione Sicilia ed è abilitato all’esercizio della libera attività di psicoterapeuta. Ha svolto attività di cura, ricerca e formazione per molti  anni nel lavoro clinico-riabilitativo con pazienti con grave disagio psichico, nonché di consulenza  presso  Istituzioni  pubbliche e private  per la cura e l’inserimento lavorativo  dei pazienti con gravi patologie psichiatriche. Inoltre ha organizzato, promosso  convegni, seminari, incontri a carattere locale, provinciale, regionale, nazionale ed  internazionale, con vari istituzioni, pubbliche e private,  per la promozione  della cultura, della ricerca, dell’approfondimento delle patologie psichiche. Ha fatto parte del gruppo di lavoro “ Psicoterapia ed etica” presso l’ordine degli psicologi della Sicilia ed è stato docente presso gli esami di stato di abilitazione per i laureati in psicologia;Nell’ambito della psicodiagnostica ha  partecipato al  corso di formazione presso l’Istituto Italiano Wartegg in Roma per quanto riguarda l’uso “del test di Wartegg”; ha svolto un Laboratorio su “ Sogno e comunicazione non verbale” presso la Facoltà di Lettere e Filosofia  Università di Catania  e condotto un laboratorio teorico esperienziale annuale dal titolo: ”La clinica delle immagini: Sogno e Immaginazione”. Studioso  e conoscitore del Libro Rosso di C.G. Jung ha condotto a Catania  un  corso annuale di approfondimento  sul “Libro Rosso” e ha svolto in tale ambito seminari ed incontri  in diverse città italiane. Studioso dell’immagine e delle sue implicazioni nel mondo della terapia e della clinica ha svolto un training a Roma relativo alla  “Sand Play Therapy”; nell’ambito del rapporto tra immaginazione e  arte da anni si occupa della pittura visionaria di Marc Chagall. Già  docente di “Psicologia del Sogno” presso Il Centro Italiano di Psicologia Analitica  di Palermo (CIPA), dove svolge attività didattica e di supervisione clinica  e’ stato già  docente a contratto  presso l’università di Enna, Palermo e Catania  nonché in un master di “architettura del paesaggio” a Siracusa. È anche docente di Psicologia generale  e di Filosofia dell’Immaginazione presso la scuola Umbra Romana triennale  in consulenza filosofica, iscritta alla SICOF (società italiana di consulenza filosofica). Dirige la collana I volti della Psiche per la casa editrice Bonanno, Catania ed è direttore della collana Immagini dal profondo della casa editrice Iod, Napoli. Nell’ambito delle pubblicazioni scientifiche ha dato alle stampe numerosi lavori scientifici di pertinenza psicoterapica, psicologica, psichiatrica e psicopedagogica e  ha  pubblicato e curato 16 volumi con diverse case editrici. Vive e lavora a Catania come libero professionista.

 

 

IMPORTANTE: gli articoli presenti nel sito hanno solo scopo divulgativo; si tratta di schede dei testi citati, pertanto molte espressioni sono riprese “a calco” dalle opere in questione (nostro – esclusivamente – il lavoro necessario a riassumere i contenuti). Coloro che desiderano citare parte dell’articolo (o condividere l’intero scritto) possono farlo inserendo un link di riferimento alla pagina. Grazie da tutto il nostro staff.

LUDOSOFIA. IL COUNSELING ED I GIOCHI FILOSOFICI – Arcangela Miceli*

Ludosofia. Il counseling e i giochi filosofici

di Luisa Loffredo per Philosofare

Ludosofia ovvero – dal latino e dal greco: ludus e sophia – “conoscere giocando”. Per mezzo di questo agile e prezioso volume l’autrice ha voluto condividere, con i propri lettori, un’intuizione poetica quanto potente per fecondità e realizzazione concreta (pratica): tramite il gioco, e per mezzo di una volontà/azione auto-esplorativa ed auto-educativa, la filosofia può agire ponendo se stessa al servizio dell’uomo e delle sue istanze di ricerca di senso. La filosofia, dunque, si fa carne attraverso l’aspetto del gioco, in quanto – come ebbe ad affermare Hillman – è importante imparare nella vita “a non prendersi mai troppo sul serio”.

Attraverso la pratica ludica è possibile tornare in sintonia con la propria interiorità profonda ed archetipica; è possibile, inoltre, recuperare la spontaneità, lo stupore e la meraviglia dell’infanzia per farne risorse e strumenti terapeutici a partire dai quali costruire una realizzazione – quanto più ricca possibile – delle proprie potenzialità, tanto nel mondo relazionale quanto nella dimensione profonda della propria intimità: scopo del gioco, infatti, è mettere in luce tesori interiori spesso celati ed offuscati dalle urgenze del quotidiano e, allo stesso tempo, permettere la fioritura di risorse potenziali.

Filosofia intesa come forza creatrice che, attraverso la facoltà dell’immaginazione, intreccia e tesse nuovi disegni, nuove trame, nuovi orizzonti di senso e significato.

Immaginazione, il “come se”, colta – attraverso l’esperienza diretta – come “lila”, come gioco divino. Deflemmatizzare e vivificare “mettendosi in gioco”, entrando concretamente dentro il gioco, accettandone regole e dinamiche, acconsentendo – per citare nuovamente Hillman – ad immergersi nelle acque per inseguire i sentieri che l’immaginazione stessa è in grado di offrire, allentando la presa sulle cose e mollando là dove ci si teneva aggrappati; per mezzo dell’elemento ludico, quindi, riuscire a rintracciare il filosofo nascosto dentro di sé per farne un filosofo vivente. Ogni uomo dovrebbe dialogare e giocare con le cose per renderle vive (Vico), arretrando nel tempo e nello spazio fino a cogliere il mistero di quella costituzione originaria (Zambrano) che ci fa essere lì, all’alba del mondo ed alla nostra stessa alba.

Colui che prende parte al gioco si autoresponsabilizza, diventa contemporaneamente soggetto agente nonché destinatario del proprio agire;

questa la forza rivoluzionaria dell’approccio ludico e filosofico che, pur non misconoscendo l’esistenza di aree francamente patologiche (anzi auspicando collaborazione e reciprocità complementare tra psicoterapia e filosofia), si distanzia fortemente dal modello medico in quanto – a differenza di quest’ultimo – non scatena né favorisce l’aspettativa che solitamente il “paziente” sperimenta nei confronti dell’esperto, bensì pone il soggetto in ricerca al centro della propria evoluzione psichica: il counseling filosofico, d’altronde, non indaga le ragioni che hanno provocato una certa situazione (né approfondisce la serie di complessi e rapporti con i ruoli genitoriali e parentali); la relazione di aiuto si focalizza esclusivamente sulla propria visione del mondo, sull’ascolto di sé e dei propri bisogni, sull’individuazione di risorse e sulla ricerca di energie interiori. I “filosofi pratici” non si rivolgono alla malattia ma al disagio e non fanno altro che aiutare le persone ad affrontare le situazioni difficili dopo averle circoscritte in “modo chiaro e distinto”; essi

aiutano i consultanti a cercare autonomamente la risoluzione dei problemi, offrendo loro la possibilità di vedere se stessi ed il mondo da più (e differenti) punti di osservazione.

Il gioco filosofico, per mezzo di un linguaggio immaginativo e grazie alla sua capacità di favorire esperienze attuali (radicate nel qui ed ora), permette di muoversi in un terreno neutro dove è possibile recuperare una connessione armonica con se stessi, con il proprio contesto relazionale e sociale, con la natura e con il cosmo: il mondo, a voler richiamare la fenomenologia husserliana, non si dà in modo autonomo ed indipendente, il suo esistere coincide con il nostro stesso esistere.

Centrale la facoltà della “fantasia”

da Vico definita “risalto di reminiscenza”: quando fantastichiamo viviamo dentro gli eventi fantasticati, il “come” della raffigurazione figurale non ci interessa; la nostra percezione non è più esterna alla nostra interiorità di soggetto che percepisce, ma di soggetto che agisce, vede ed interpreta la realtà rappresentata (Husserl).

Dopo aver introdotto l’argomento, Arcangela passa ad elencare e spiegare le premesse fondamentali del gioco:

ideazione, rappresentazione del sé e dialogo.

La relazione tra questi tre punti – pensare, essere e comunicare – fu posta da Platone, fu lui a definire il pensiero come dialogo dell’anima con se stessa; ed è proprio la conoscenza dell’anima a schiudere le possibilità dell’Essere (Aristotele). Nel gioco “parte agente” ed “agito” si trovano in relazione dinamica e continuo adattamento: attraverso un atto iniziale di stupore e meraviglia (quasi si fosse tornati bambini) ci si immerge nell’esperienza ludica senza necessità di alcun pretesto per iniziare, il tutto attraverso un dialogo pre-linguistico a partire dal quale germinerà – in seguito – lo scambio linguistico vero e proprio. Nella teoria degli “atti linguistici” Wittgenstein fa notare come il giocatore non possa manipolare le parole, farne suoi strumenti, servirsene liberamente, condizionarle; ciò che accade è esattamente il contrario: il parlante stesso è un meccanismo del supremo gioco che è il linguaggio, egli deve necessariamente fare i conti con una dimensione linguistica precedente il proprio ingresso nel mondo dalla quale non può tirarsi fuori; tuttavia possiamo facilmente renderci conto di come ciò non si verifichi con “il gioco” dal momento che ad esso la verità – intesa con accezione di autenticità – non interessa, come non interessa accertarsi preventivamente della verità o falsità dei propri oggetti.

Il gioco si caratterizza per movimento e dinamicità (nessun gioco è statico) ed il movimento è sinonimo di vita.

Dovremmo riconoscere, benedire e custodire lo strumento ludosofico inteso come una delle concrete possibilità per immergersi nella propria esistenza ed indagarne i significati: tale impulso ermeneutico e vitalistico dovrebbe impegnare l’esistere e l’evoluzione di ogni individuo così come ogni individuo dovrebbe bramare e desiderare di riconoscere ed attivare le proprie risorse interiori, recuperando – attraverso il gioco – un personale e peculiare sistema di simboli (un proprio linguaggio), senza bloccarsi in età adulta. Ciascuno di noi dovrebbe anelare ad estendere il proprio campo di percezione fino a compenetrare l’inestricabile rete di legami tra uomo, viventi e natura.

Chiarito ciò Arcangela passa in rassegna numerosi giochi; come prima cosa li introduce esplicitando le premesse teoriche (e filosofiche) da cui ogni pratica ha ereditato autorità e giustificazione, per giungere poi ad “osservarne” le dinamiche e lo svolgimento (solo facendo ciò sarà possibile comprendere le finalità nonché valutare i risultati ottenuti: peculiari ed irripetibili in quanto strettamente legati alla figura del giocatore ed al suo essere “quel singolo”). Infine, per muoversi meglio nel mare della ludosofia, viene introdotta anche una bussola simbolica (utile a raggruppare e catalogare le varie pratiche).

Per iniziare a “giocare” il primo passo è semplicemente quello di “entrare nel testo” (Gadamer) lasciandosi suggestionare – senza pregiudizio o paure – dalle parole e dalle immagini che da esse possono emanare (accogliere lo stupore e la meraviglia – ovvero le chiavi di accesso all’ignoto – confidando nella capacità pre-logica, senza pregiudizio, senza pretesa di esaustività o compiutezza bensì con gioia) in quanto “gli uomini prima sentono senza avvertire; dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura” (Vico). Il secondo step è descrivere la visualizzazione caratterizzandola in maniera certosina attraverso l’esplicitazione di tutti i singoli dettagli, anche i più piccoli, frivoli o apparentemente insignificanti (ogni storia ha il carattere della “rappresentazione”); fatto ciò si può finalmente vivere la propria suggestione, cioè si può iniziare ad agire liberamente dentro l’immagine; infine (per abbracciare, racchiudere e dar senso ai passaggi appena elencati) giunge la quarta fase, quella in cui si evidenziano le strategie utilizzate per uscire da situazioni di empasse e/o difficoltà.

Sebbene l’esperienza ludosofica venga effettuata entro la cornice del dialogo filosofico essa non presuppone, da parte del giocatore, alcuna competenza in merito;

inoltre il dispiegarsi e fluire del “discorso” può muovere da una suggestione immaginativa sebbene ciò non rappresenti un fattore necessario.

Quale il ruolo del consulente in tale processo?

Innanzitutto quello della consegna del gioco e, ovviamente, dell’ascolto attivo: ascolto in cui è fondamentale la capacità di attenersi a quanto viene raccontato, senza “suggerire” o ancor peggio “consigliare”; ascoltare in modo attivo, inoltre, serve ad allenarsi nell’andare verso l’altro. Questo aspetto è fondamentale in quanto l’obiettivo di tutto il percorso è quello di giungere all’autoeducazione del consultante nonché all’individuazione, in piena autonomia, delle proprie potenzialità interiori. Quando un consulente pone una domanda al consultante, il suo interrogativo deve necessariamente attenere alla richiesta di maggiori dettagli circostanziati e non alla propria adesione o non adesione al contesto rappresentato. La procedura maieutica è efficace soprattutto in chi è ben disposto alla relazione dialogica; il gioco, a sua volta, può rappresentare una delle possibili modalità per far entrare nella dimensione quotidiana del consultante l’abitudine alla riflessione, all’ascolto attivo di se stessi e degli altri fornendo a ciascuno la propria vera unità di misura.

Il consulente non interpreta né prospetta risposte o soluzioni al consultante;

la risposta, se c’è e quando c’è, ha luogo nel percorso interiore, avviene in sé tramite una procedura che coincide con il punto di approdo dell’autoeducazione (quando il consultante, in modo autonomo, acquisisce coscienza e consapevolezza delle proprie potenzialità e delle proprie risorse).

note

*Arcangela Miceli – docente di Filosofia nei licei e nelle scuole di specializzazione, dirigente scolastica, counselor filosofico, consulente familiare, didatta ICSAT (training autogeno), socia fondatrice e membro del consiglio direttivo SUCF e docente di Filosofia applicata, Filosofi e filosofie e Filosofia dell’immaginazione presso la Scuola Umbra di Counseling Filosofico (SUCF), sede di Roma, è autrice di articoli in riviste e volumi collettanei in tema di counseling filosofico e di pratica filosofica: Praticare la filosofia (Libreria Stampatori, Torino 2006); Pensiero, meditazione, ragionamento. La filosofia in esercizio (Mimesis, Milano-Udine 2010); Le polifonie dell’anima. Itinerari di counseling filosofico(Bonanno, Catania 2010); Le idee dell’anima. Jung e la visione del mondo(Bonanno, Catania 2012); Il corpo e la funzione autopoietica della bellezza nel mito della nascita di Venere (in «Anamorphosis», 11, 2013). Vive e lavora tra l’Umbria e Roma e nell’ultimo decennio si è dedicata in particolare ai giochi filosofici, pubblicando Ludosofia. Il counseling e i giochi filosofici (Ananke, Torino 2014).

IMPORTANTE: gli articoli presenti nel sito hanno solo scopo divulgativo; si tratta di schede dei testi citati, pertanto molte espressioni sono riprese “a calco” dalle opere in questione (nostro – esclusivamente – il lavoro necessario a riassumere i contenuti). Coloro che desiderano citare parte dell’articolo (o condividere l’intero scritto) possono farlo inserendo un link di riferimento alla pagina. Grazie da tutto il nostro staff.

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Arcangela Miceli

“LA CONSULENZA FILOSOFICA” di Gerd B. Achenbach

Copertina volume La Consulenza Filosofica di Achenbach

“LA CONSULENZA FILOSOFICA” di Gerd B. Achenbach

“Il socratismo è l’arte di trovare il posto della verità a partire da ogni luogo dato e così di determinare precisamente i rapporti di ciò che è dato con la verità”. Novalis

“La stanchezza sta al termine degli atti di una vita automatica, ma inaugura al tempo stesso il movimento della coscienza, lo desta e provoca il seguito, che consiste nel ritorno incosciente alla catena o nel risveglio definitivo”. Camus

L’opera fu pubblicata da Achenbach, in Germania, nel 1987. Il testo si compone di undici capitoli; in essi compaiono un’intervista, la trascrizione di diverse conferenze e la rielaborazione di articoli precedentemente diffusi dall’autore. Un libro all’apparenza poco organico che tuttavia delinea quelle che saranno le linee guida della nascente disciplina di cui Achenbach stesso è considerato il padre ed il fondatore: la consulenza filosofica (ovvero lo sforzo, come lo definisce l’autore, di restituire alla filosofia una veste pratica).

Cosa può la filosofia, volgendo lo sguardo al futuro, se non auspicare per se stessa una “riconversione” ed un ritorno alle “pratiche” da cui ormai sembra essersi irreversibilmente allontanata? Può la filosofia tornare tra la gente (liberandosi dalle catene del dogmatismo, svincolandosi tanto dalle accademie quanto dalle università) per riappropriarsi del proprio ruolo all’interno della società: ovvero essere utile alla vita degli uomini, ai loro problemi, alle loro riflessioni sull’esistenza, sulla realtà e sulla verità? Achenbach è convinto di ciò, della possibilità effettiva che la filosofia ha di mettersi nuovamente in gioco e rendersi utile (tornando ad abbracciare altri problemi, non solo questioni astratte).

L’uomo post-moderno dell’era tecnologica manifesta un reale e profondo bisogno di filosofia; egli necessita di uno strumento valido che gli consenta di restituire senso alla propria esistenza piegata e condizionata da schemi e modelli standardizzati imposti dalla società contemporanea; dal canto suo la consulenza filosofica propone un modo nuovo per condurre gli uomini ad interrogarsi sugli aspetti problematici dei vissuti personali: essa non suggerisce soluzioni, bensì tenta di instaurare un libero dialogo con l’individuo nel tentativo di invogliarlo alla riflessione.

Lo scopo della consulenza filosofica, secondo Achenbach (che a sua volta mutua il concetto da Novalis) è quello di vivificare, ovvero ravvivare, i meccanismi di pensiero propri di colui che sente il bisogno di consulenza. Egli sostiene che  è esperienza comune a tutti, prima o poi nel corso della propria esistenza, trovarsi dinanzi ad un problema apparentemente privo di soluzione, o in una situazione di stallo senza via d’uscita: la consulenza filosofica, per mezzo del “secondo pensare”, permette all’individuo di liberare il pensiero, di percepire la possibilità di nuove prospettive nonché di cogliere altri e differenti aspetti del problema non individuati in un primo momento.

Il titolo originale dell’opera è  Philosophische Praxis, infatti non ci troviamo dinanzi ad una tecnica che possa essere appresa o insegnata, ci troviamo dinanzi ad una vera e propria prassi che si nutre di una  tradizione filosofica millenaria con l’ambizioso proposito di poterne applicare la saggezza agli aspetti quotidiani ed alle problematiche della vita.

Questa disciplina si attua come un vero work in progress: non ci sono regole, nessun metodo predefinito, solo il dialogo che deve essere totalmente libero in modo da poter rispondere al meglio alle specificità di ciascun individuo, che sempre sarà visto come un singolo (cioè un’ipseità).

La consulenza filosofica, quindi, non lavorerà con i metodi bensì sui metodi; tuttavia il miglior modo di procedere resterà comunque il dialogo con l’ospite. Filosofare è deflemmatizzare e vivificare (Novalis). Come sostiene Popper, la filosofia affonda le proprie radici nei problemi non filosofici, da cui trae nutrimento per poi concedersi l’inestimabile possibilità di volgere lo sguardo verso l’infinito, tuttavia il suo cammino deve muovere dalla gente verso la gente. Fondamentale è vincere il pregiudizio secondo cui essa si riduca a cosa per pochi e non per tutti.

La filosofia accademica ha dimenticato l’individuo, da cui si è allontanata completamente; ha finito col dissolversi in astrattismi privi di punti di contatto con la vita, ecco perché per Achenbach essa deve necessariamente essere affiancata (se non addirittura superata) dalla consulenza filosofica (intesa, quest’ultima, come pratica di aiuto e di supporto all’uomo di oggi, nel rispetto della sua singolarità).

Al cliente non è richiesta alcuna conoscenza filosofica preliminare, in quanto egli non riceverà dal consulente alcuna lezione, nessun pensiero e nessuna formula. Il consulente non è un insegnante di filosofia, bensì un filosofo, ed il suo compito resta quello di riuscire a vivificare il pensiero per mezzo di un dialogo costruito liberamente: la trama del dialogo deve essere semplice, frutto di ascolto e di domande stimolate nell’ospite e, in un secondo momento, insieme a lui esplicitate ed esplorate.

Le domande non hanno nulla a che fare con i famosi  interrogativi kantiani: cosa posso sapere? Cosa devo fare? Cosa posso sperare? Che cos’è l’uomo? Gli interrogativi mossi dalla consulenza saranno molto più concreti: cosa so? Cosa faccio? Cosa spero? Chi sono? In questo modo l’individuo sarà facilitato nel prendere coscienza, da sé, di come ciò che davvero conta è cercare le proprie verità ed impossessarsene, anche se fare ciò dovesse richiedere il mettere in discussione tutte le cosiddette verità imposte (attraverso un procedimento assai simile alla maieutica socratica).

La consulenza filosofica, inoltre, secondo Achenbach, non è una psicoterapia camuffata; la consulenza preferisce confrontarsi in modo dialettico con le varie forme di psicoterapie, se non addirittura in modo concorrenziale. Queste ultime, infatti, si caratterizzano per metodi di applicazione e procedimento prestabiliti; alla consulenza filosofica, invece, non interessa sondare l’inconscio del soggetto (alla ricerca di significati nascosti dietro i sui racconti), ad essa interessa un lavoro razionale e “dialogante” a partire da ciò che l’ospite decide di condividere con il consulente.

Alcune tematiche, sostiene fermamente Achembach, possono essere affrontate esclusivamente da un consulente filosofico, unica figura legittimata da un patrimonio culturale adatto: l’intera tradizione filosofica. Le psicoterapie non sono discipline adatte ad avvicinare temi quali la morte o le questioni etiche, in quanto le psicoterapie non posseggono strumenti adatti a fare ciò.

Infine, come semplice accenno, compare un tentativo di definizione razionale/filosofico dei concetti “sintomo” e “malattia”: tale definizione, solo abbozzata, renderebbe sia il sintomo che la malattia oggetti di consulenza; tramite essi ciò che viene comunicata è la patologia del singolo vista quale espressione del Sé.

La consulenza filosofica rappresenta, dunque, un’interazione attiva che ha luogo nel dialogo; si tratta, per mezzo di un percorso riflessivo (nel corso del quale il consulente non fornisce una risposta bensì si limita a svolgere la funzione neutra, seppur “accogliente”, di uno specchio, consentendo all’ospite il privilegio di osservare se stesso nel “riflesso” – riflessione – del pensiero, senza filtri, aspettative, giudizi o condizionamenti) in cui è possibile mettere in discussione (mettere in discussione = attivare il dialogo su…) le cosiddette verità imposte. Interrogarsi, a partire da ciò che sembra essersi cristallizzato in dogma, permetterà al singolo di individuare le proprie verità ed appropriarsene in modo profondo, pur restando sempre aperto alla discussione di sé e di queste ultime. L’essere umano è tale per la peculiare capacità di pensare, ma come si può pensare senza prima vivere? Non una nuova forma di illuminismo, dunque, con Achenbach si va affermando l’idea che esista un’anima razionale, un’anima sensibile di cui la filosofia è mezzo e strumento.

L’auspicio dell’autore è che essa, coraggiosa seppur avveduta, non tema il pericolo del confronto con il reale, con la vita: non un rimuginare tra sé, bensì (Hegel) presso se stessa nell’altro.

Nell’articolo del 1999 ci si interroga su cosa sia la consulenza filosofica. La disciplina viene brevemente presentata e definita: “un’istituzione per le persone – afflitte da preoccupazioni o da problemi – che non se la cavano nella vita e che pensano di essere in qualche modo rimaste impigliate; […] persone che sono assillate da domande, a cui non riescono a rispondere e di cui non riescono a liberarsi; […] hanno l’impressione che la loro vita effettiva non corrisponda alle loro possibilità. […] Ciò che li muove non è quasi mai la domanda di Kant che cosa devo fare?, bensì quella di Montagne che cosa sto facendo?.

La consulenza filosofica fa sì che l’ospite possa individuare (dopo averla cercata) la propria strada (ciò accade non per mezzo di teorie bensì utilizzando come unica misura l’ospite stesso: ci si chiede se egli viva in modo conforme a ciò che realmente è). Essa non lavora con i metodi ma sui metodi: essa cerca di volta in volta “la strada giusta” attingendo, nella scelta del “carburante” con cui azionare il meccanismo dialogico, dalla propria tradizione. Le letture non sono una medicina che si possa prescrivere né autoprescrivere: da qui la necessità del tramite, del filosofo, il solo ad aver acquisito nel corso della propria formazione umana una sorta di sesto senso per ciò che normalmente resta in secondo piano; egli, solo nel momento in cui pensa e percepisce insieme al proprio ospite, può liberarlo dalla solitudine, spingerlo verso altri criteri di valutazione della vita e delle sue circostanze. Il filosofo, ovvero lo specialista del non-speciale, prende seriamente in considerazione il proprio ospite, non utilizza per lui “una misura” bensì individua di volta in volta la “giusta misura”.

In un dialogo con A. K. D. Lorenzen, Achenbach effettua un excursus in cui vengono velocemente passate in rassegna ed analizzate le scienze di riferimento nei differenti periodi storici: dalla teologia (nel passato), la psicologia (nel passato più recente) si giunge al presente ed alla sua proposta di consulenza (filosofica) come disciplina in grado di affrontare e rispondere ai bisogni degli uomini, offrendo possibilità di ascolto e di sostegno. In questo dialogo viene citato un frammento di Novalis “filosofare significa deflemmatizzare e vivificare”. Questo aforisma, per Achenbach, deve essere considerato il motto della consulenza filosofica. Seguono alcune indicazioni sulla figura del consulente: il consulente filosofico non è un terapeuta, egli non applica un modello preordinato né una tecnica appresa, il consulente filosofico dialoga con il proprio ospite ponendo entrambi su di uno stesso piano (di principio viene eliminato il dislivello terapeutico). Inoltre il consulente si limita ad esporre solo pensieri che egli stesso ha accettato, integrato e metabolizzato come propri. Nessun consulente potrà risultare autentico senza prima aver compreso ed accetto di essere, in prima persona, egli stesso un portatore sano di problemi filosofici irrisolti.

Così facendo la filosofia non diventa una teoria bensì ripensa le varie teorie con il solo scopo di giungere a sciogliere ogni irrigidimento del pensiero. In un colloquio libero e razionale, essa si fa accoglienza per l’ospite che non viene assolutamente “trattato”, ad essere trattati saranno solo i suoi problemi.

La filosofia non è cosa per pochi; come afferma Popper ognuno di noi possiede una personale filosofia, così come per ciascuno di noi giunge il momento in cui si rende necessario “un secondo pensare” (attraverso questo secondo pensare possiamo prendere posizione sulle nostre prese di posizione quando la vita inizia a girare in tondo, quando non va più avanti, quando resta bloccata in un punto: questo il momento in cui si rende auspicabile una revisione).

Un filosofare, quello presentato in questo saggio, non sul concreto ma a partire dal concreto, che muove dall’individuale e dall’unicità. Prendendo le mosse da un’aspettativa generale di ragionevolezza, la consulenza si ripropone di decifrare la fisionomia della ragione particolare come forma realizzata ed individuale: vitale; finanche a comprendere la ragionevolezza del sentimento che si esprime per mezzo di “commenti somatici”.

Cosa fa la consulenza per mezzo del consulente? Accoglie ciò che viene esposto come la “cosa stessa”; quest’ultima mostra contraddizione in sé e a partire dalla contraddizione si muove e si sviluppa ulteriormente. La cosa si fa “dialettica”. Il consulente evita di interrogare o incalzare l’ospite, limitandosi ad ascoltare sinceramente ciò che esso gli consegna per mezzo del proprio dire (verbale e non). Una sorta di “eros ermeneutico” penetra “la cosa” comunicandole impulso per la propria esplicazione. Incalzare l’ospite condurrebbe il consulente ad un errore, per quanto banale, eppure molto grave: la sua volontà di chiarificazione farebbe “collassare” il pensiero in sintomo, materializzandolo ed impedendone il movimento, quindi l’evoluzione.

Ogni consulenza è l’inizio di una storia filosofica individuale di esperienza, comprensione e cambiamenti di sé: non sono previste (né  richieste) mete prestabilite, bensì uno “stato di verità” raggiunto di volta in volta.

Il consulente possiede più conoscenze in quanto ha riflettuto di più, ma deve sempre astenersi dalla tentazione di servirsi di un pensiero non precedentemente sperimentato nella propria esistenza: egli può esprimere esclusivamente pensieri accettati come propri non in veste di amministratore di teorie bensì come essere umano. Nel corso della consulenza, come anticipato, ogni dislivello terapeutico viene eliminato.

“La filosofia da tavolo, ovvero chi è il filosofo” è un articolo del 1982. Con il termine “tavolo” si fa riferimento ai momenti di relax, quando i filosofi presenti ad un congresso o ad una conferenza si ritrovano a pranzo assieme: quelle sono le occasioni in cui si smette di dimostrare quello che si sa e ci si presenta semplicemente per quello che si è. La domanda a cui Achenbach tenta di dar risposta è: “chi è veramente il filosofo?”. Sebbene possa sembrare buffo, molti provano vergogna nel dichiararsi filosofi, non tanto perché con lo studio della filosofia non si raggiunga una vera e propria qualificazione professionale (fatta esclusione per gli insegnanti, la cui professione, comunque, non è essere filosofi bensì insegnare la materia), quanto per la stima nei confronti della disciplina, vista come un qualcosa di  così “sacro” da temere il rischio di “insozzarla”: la filosofia, così elevata, che per poter chiamare qualcuno “filosofo” si deve prima vincere la resistenza risvegliata da questo senso di vergogna. 

La filosofia deve “darsi” comprensibile, per essere praticata e non solo rimirata. Per parlare di verità e morte in senso generale ed universale, per essere dunque compresi nel proprio dire, è necessario aver prima sperimentato tali tematiche a livello personale (quanto meno a livello di pensiero). Il consulente deve ricordare che è lui stesso, in prima persona, a recare nell’animo problemi filosofici irrisolti.

D’altro canto questa “filosofia della pretesa” (filosofia “della negazione del mondo”), di una disciplina accademica vecchia e tramandata, ha come unica via di salvezza la sua trasformazione in Praxis, ovvero in consulenza filosofica: si rende necessario convertire e ritradurre le domande kantiane sul senso della vita dell’Uomo (platonico) per renderle adatte e comprensibili, quindi utili, per il singolo individuo.

Questa sottostima di noi stessi, sbilanciata ancor di più dalla stima provata per la filosofia, sembrerebbe aver sancito definitivamente la morte di quest’ultima… o, forse, ci troviamo dinanzi ad un nuovo inizio, ad una evoluzione della stessa in consulenza?

La consulenza deve fornire agli uomini un pratico sussidio per poter pensare ed esplorare, insieme, questi interrogativi. Non solo al singolo, bensì alla stessa comunità. La domanda “universale” deve rendersi interrogativo concreto e contestualizzato, deve parlare non tanto all’Uomo quanto a quest’uomo, perché le verità raggiungono la loro più elevata efficacia quando si fanno banali. Per la filosofia arriva il momento del racconto, una sorta di biografia razionale: ma nessuna storia razionale può darsi senza raccontare allo stesso tempo anche la storia razionale di un’epoca, ed è così che viene superata anche la ristrettezza del Sé (i problemi individuali sono generali ed i problemi generali sono individuali).

È necessario mettere in discussione la propria vita: questa la strada il consulente filosofico percorre assieme a chi gli chiede una consulenza (non il pensiero che preme sulla vita ma la vita che preme sul pensiero ed indica la giusta strada).

Nel 1982 Achenbach si occupa di analizzare la ricerca di Hans Blumenberg sull’aneddoto di Talete (in “Storia della ricezione dell’aneddoto di Talete”). La caduta del filosofo nel pozzo, mentre è intento ad osservare gli astri, e la presa in giro da parte della sua serva si prestano ad una serie di interpretazioni molto interessanti, in Achenbach, però, la caduta del filosofo diviene il pretesto per ammonire la filosofia ad un ritorno necessario alla realtà: ritardare, se non addirittura rifiutarsi di fare ciò, rappresenterebbe solo l’inizio della fine, l’inizio della caduta definitiva (con conseguente ed inevitabile esposizione al ridicolo).

Con il tempo la sfera della concettualità ha iniziato a nascondere il concreto. Il filosofo non riconosce più nel vicino un essere umano nel momento in cui si occupa dell’essenza dell’uomo; per lui diviene abisso il non-saputo, il concreto, il non-identico, cioè il particolare. La caduta del protofilosofo vine interpretata come la prefigurazione del destino che minaccia il pensiero filosofico in ogni tempo ed in ogni nuova variante. Per scongiurare ciò è auspicabile che la filosofia non si irrigidisca in se stessa, al fine di poter essere presso le cose. La filosofia deve recuperare la vita e farsi “umana”. Afferma Simmel: è sorprendente come poco dei dolori degli esseri umani sia trapassato nella loro filosofia. Una filosofia “pura” non potrà mai essere pratica: con la propria pretesa di chiarificazione diffonderebbe terrorismo. La ragione inizia a dialogare con la realtà nel momento in cui essa può ritrovarsi in ciò che è altro da sé; la sua voce inizia a riconoscersi in ciò che apertamente le si oppone. Se non ha più motivo di essere una divisione tra il sopra ed il sotto, si rende ora necessaria una polarizzazione tra il dentro ed il fuori: l’essere umano che ha dissacrato il mondo è ora assalito interiormente da ciò che un tempo lo assaliva dall’esterno. Il logos, regno della ragione, si fa terra straniera interiore e rivendica l’edificazione di “altari nel cuore”. Ciò che in noi ci sovrasta deve essere accettato e non rimosso. Chi offre alla filosofia la possibilità di risollevarsi e aggirare l’ostacolo posto lungo il cammino? La consulenza filosofica, ovviamente, in veste di “teologia razionale dell’essere umano e dell’individuo”.

Siamo ancora nell’anno 1982, quando Achenbach si trova a parlare presso l’Università di Osnabruck; qui egli presenta una spietata analisi della condizione del filosofo: figura sempre più relegata alle Accademie, alle Università, privo di apertura e contatti con la vita quotidiana e con i problemi pratici delle persone reali. Sia coloro che insegnano la materia, sia (soprattutto) coloro che la svendono e prestano all’ingrosso alle altre scienze umane (i vecchi clienti – come li chiama Achenbach – ovvero la teologia, la politica e la psicologia) altro non fanno se non attingere al patrimonio tradizionale ormai anchilosato. Per risorgere e tornare in vita “la filosofia deve diventare pratica, azione comunicativa, esplorazione e organizzazione dialogica dei problemi”. Per recuperare il proprio ruolo e veder nuovamente riconosciuta la propria dignità, la filosofia deve fornire all’uomo reale quello che Achenbach ha definito “il secondo pensare”: il metapensiero, di cui solo la filosofia è capace. L’essere umano è un essere complesso e non può limitasi a vivere o esistere; egli deve prendere posizione e nel far ciò produce pensieri; dopo aver pensato egli è in grado anche di riflettere sul proprio pensiero, confrontandosi con esso. L’uomo, dunque, è un essere costituzionalmente filosofante. Quando egli incappa in una condizione di stallo, inizia a soffrire. Cosa può fare il consulente in una situazione del genere? Invece di assumere il bisogno così come è, egli può accoglierlo per svilupparlo ulteriormente.

Nel 1983 Achenbach interviene ad un simposio di filosofi a Klagenfurt: in questa occasione introduce la sua nuova disciplina presentandola come chance della filosofia per il futuro. Il saggio è la continuazione ideale di quello presentato nel Capitolo 4, trascrizione della conferenza tenuta per il medesimo uditorio circa due anni prima. L’autore ci fa notare che le critiche rivolte in passato alla filosofia accademica non hanno suscitato molte proteste, e si stupisce di come la consulenza filosofica sia stata accolta con entusiasmo. In questo saggio egli continua ad approfondire l’esposizione della nuova disciplina, descrivendo i due ordini di esigenze che portano a richiedere la consulenza: in primis un bisogno di chiarimento esistenziale, ed in secondo luogo il bisogno di rivolgersi a qualcuno, nello specifico ad un filosofo, in quanto sola figura accreditata se paragonato agli altri latori di offerte terapeutiche. La filosofia, secondo Achenbach, può trasformarsi in un lavoro retribuito in quanto accoglie ed affronta il bisogno che le viene presentato, ma non come fanno tutte le altre professioni d’aiuto: la consulenza filosofica lo assume così come è e, sottoponendolo ad una critica approfondita, lo accetta favorendone un ulteriore sviluppo.

(Articolo del 1983) Con il termine “apertura” Achenbach fa riferimento al gioco degli scacchi. Nella consulenza filosofica, come negli scacchi, è presente una dinamica simile: l’ospite muove il bianco ed ha la prima mossa, il consulente filosofico, invece, muove il nero e reagisce. Il consulente interviene fornendo non una risposta filosofica generale o generalizzata intorno all’argomento bensì una relazione intimamente connessa al problema concreto sollevato dall’ospite. Achenbach fa un esempio: non si chiede al filosofo “cos’è la felicità?” ma gli si parla dell’infelicità. Nessuno gli chiederà di definire il coraggio, ma sicuramente gli verrà raccontato un episodio avvilente verificatosi nella propria esistenza. Affinché l’ospite possa essere in grado di aprire la partita – esponendo la sua ammissione di “non riuscire a farcela” – è necessario che egli percepisca dal consulente rispetto, riguardo accogliente e partecipazione. I filosofi sono culturalmente preparati ad ascoltare di tutto, sono gli eredi dei pensieri “più folli” e delle idee “più stravaganti”, la loro indole è naturalmente predisposta al dialogo con chi ha un problema. Il “sintomo” non viene chiarificato o risolto, ma viene visto come “simbolo di altro”, come in sé già espressione. Il sintomo è il dichiarabile, il molti nell’uno, il complesso. In quanto è estraneo in me, si offre come prima cosa comunicabile all’esterno. Esso è il problema nascosto; in esso si trova condensato il problema, ecco perché in un certo qual modo il sintomo alleggerisce l’impasse. Segue l’approfondimento – con ulteriori precisazioni – dell’articolo “alcuni problemi della consulenza filosofica”. Muovendo dalla propria esperienza personale e familiare, Achenbach analizza le categorie di problemi per i quali andrebbe richiesta una consulenza filosofica. Si tratta maggiormente di problemi di Etica. In passato due categorie si erano occupate di supportare in questo campo gli individui, i politici e i teologi, per lo più fornendo paradigmi di riferimento preconfezionati e indiscutibili. Sempre come esempio, Achenbach cita un frammento di I. Caruso “Il legislatore e i preti sono ambasciatori della morte nella misura in cui, per misericordia o fede nell’ordine, fanno eutanasia dell’essere umano: lo aiutano a rinunciare alla vita, lo dissuadono dai suoi desideri, lo allontanano dal proprio eros”. Anche la filosofia accademica e la psicologia (nello specifico la psicoanalisi) si sono mostrate inadeguate, in quanto entrambe hanno ridotto i problemi etici del singolo ai propri paradigmi di riferimento. L’attitudine a chiarificare, che è il contrario della capacità di chiarificare se stessa, pesa sulla filosofia come una macchia.

Solo una nuova filosofia pratica, la consulenza filosofica appunto, sarà in grado di accogliere e valutare i dubbi, di mettersi in discussione e di trasformare la resistenza contro se stessa – appannaggio della filosofia accademica che evita ogni contraddizione, dissertando ex cathedra – in una possibilità per testare se stessa sul campo del problema contingente dell’ospite.

Nel 1984 Achenbach interviene (con una conferenza nella clinica universitaria di neurologia e psichiatria di Tübingen) sul rapporto attuale tra la filosofia, che comincia a diventare pratica (la nuova disciplina viene chiamata filosofia in statu nascendi), e la psicoterapia.

Egli indaga la classica relazione tra filosofia tradizionale e psicoterapia, nonché il suo evolversi nel tempo, enunciando, e poi argomentando, quattro tesi:

– la relazione tra la filosofia tradizionale e la psicoterapia era basata sulla divisione del lavoro: una relazione non dialettica;

– come tarda conseguenza di vecchie arroganze e presunzioni, la filosofia doveva assumersi, nella divisione del lavoro, quei compiti che in ogni caso si erano dimostrati insolubili per la psicoterapia, ma che tali sono stati, di fatto, anche per la filosofia;

– l’insolubilità delle tradizionali pretese filosofiche è lo smacco della filosofia tradizionale, ma è allo stesso tempo anche la base della consulenza filosofica;

– la relazione della consulenza filosofica con la psicoterapia non è più basata sulla divisione del lavoro, ma è una relazione di cooperazione e concorrenza: è una relazione dialettica.

In un’altra conferenza universitaria (siamo sempre nel 1984) viene presentata dall’autore la consulenza filosofica come il futuro della filosofia; futuro che, allo stesso tempo, è un po’ come un ritorno alle origini, “un modo di pensare insieme”, come quando, nella Grecia antica, la filosofia era organizzata in confraternite e gruppi di amici (le scuole) ed era realizzata come una forma di pensiero, di vita e di rapporto, comunitari. Come sostiene Popper: i veri problemi filosofici hanno sempre la loro radice nei problemi urgenti, che si trovano in campi che non appartengono alla filosofia. Nel Medioevo, però, avviene la trasformazione della filosofia da dialogo a monologo (la filosofia indossa la tonaca e diventa spirituale: purgando l’empirico ed il reale, si pone contro la finitezza). Essa diviene erudita, cattedratica; il filosofo, dal canto suo, diviene docente. Oggi si auspica per la filosofia un ritorno al reale, una rinascita alla pratica, alla concretezza (e visto che, dice Achenbach, “la forma concreta della filosofia è il filosofo”, nella consulenza filosofica questo auspicio troverebbe piena attuazione). La filosofia delle università avrebbe dovuto svilupparsi da istituzione del pensiero ad istituzione del pensatore.

Cos’è, dunque, la consulenza filosofica? La consulenza è la forma di filosofia che ha accettato questa sfida; potremmo anche dire che essa corrisponde alla filosofia accademica che pone a se stessa la sfida attraverso la pretesa pratica: eppure non può affatto rendere giustizia a questa sfida senza liberarsi dalla camicia di forza della divisione del lavoro spirituale.

Al termine, in un Post Scriptum, Achenbach sponsorizza la sua GPP (Società per la Consulenza Filosofica) come luogo dove i giovani studenti possono formarsi alla nuova disciplina.

Il corpus principale dell’ultimo saggio è costituito da un articolo che Achenbach pubblica su richiesta, per fornire un esempio di caso particolare, concreto, di consulenza. Per non contravvenire all’obbligo di discrezione nei confronti dei suoi ospiti e per fornire comunque un resoconto completo da ogni punto di vista (del consultante, ma anche dell’ospite), l’autore sceglie di raccontare una auto-applicazione della consulenza filosofica: anni prima aveva sofferto di un blocco della scrittura, superato grazie a un dialogo con se stesso (recuperato nella sua integrità in questo contributo, perché annotato giorno dopo giorno dall’autore “di mattina, dopo colazione e la lettura del quotidiano… in un quaderno a fogli bianchi e a righe”).

Molto interessante l’analisi delle cause alla base del suo blocco della scrittura: un autore che voglia presentarsi come serio, soprattutto un autore di saggi filosofici, deve prepararsi adeguatamente prima di iniziare ad esprimersi; tuttavia, il limite temporale che vincola di molto le scelte dell’autore, non potrà mai trapelare a partire dal prodotto finito, così come non saranno visibili le numerose motivazioni che lo hanno portato alla scelta di alcune cose a discapito di altre: da qui l’impasse e l’ansia da prestazione. Eppure un sincero sguardo a se stesso, nella forma del dialogo interiore, permette al problema di muovere e muoversi in dinamica dialettica fino a giungere, se non ad una soluzione, alla comprensione dei vari elementi. Achenbach non si libera dal suo problema e neppure si giustifica; come farebbe verso un qualsiasi possibile ospite, si concede rispetto, accoglienza, ascolto e compartecipazione. L’autore conclude ricordando “Jean-Jeacques” ed il modo in cui  quest’ultimo lo ha accompagnato durante il suo cammino: ovvero mostrandogli come lo scrivere su carta non si discosti così tanto da un dialogo, un dialogo con se stessi.

di Luisa Loffredo per Philosofare

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