“LA CONSULENZA FILOSOFICA” di Gerd B. Achenbach

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“LA CONSULENZA FILOSOFICA” di Gerd B. Achenbach

“Il socratismo è l’arte di trovare il posto della verità a partire da ogni luogo dato e così di determinare precisamente i rapporti di ciò che è dato con la verità”. Novalis

“La stanchezza sta al termine degli atti di una vita automatica, ma inaugura al tempo stesso il movimento della coscienza, lo desta e provoca il seguito, che consiste nel ritorno incosciente alla catena o nel risveglio definitivo”. Camus

L’opera fu pubblicata da Achenbach, in Germania, nel 1987. Il testo si compone di undici capitoli; in essi compaiono un’intervista, la trascrizione di diverse conferenze e la rielaborazione di articoli precedentemente diffusi dall’autore. Un libro all’apparenza poco organico che tuttavia delinea quelle che saranno le linee guida della nascente disciplina di cui Achenbach stesso è considerato il padre ed il fondatore: la consulenza filosofica (ovvero lo sforzo, come lo definisce l’autore, di restituire alla filosofia una veste pratica).

Cosa può la filosofia, volgendo lo sguardo al futuro, se non auspicare per se stessa una “riconversione” ed un ritorno alle “pratiche” da cui ormai sembra essersi irreversibilmente allontanata? Può la filosofia tornare tra la gente (liberandosi dalle catene del dogmatismo, svincolandosi tanto dalle accademie quanto dalle università) per riappropriarsi del proprio ruolo all’interno della società: ovvero essere utile alla vita degli uomini, ai loro problemi, alle loro riflessioni sull’esistenza, sulla realtà e sulla verità? Achenbach è convinto di ciò, della possibilità effettiva che la filosofia ha di mettersi nuovamente in gioco e rendersi utile (tornando ad abbracciare altri problemi, non solo questioni astratte).

L’uomo post-moderno dell’era tecnologica manifesta un reale e profondo bisogno di filosofia; egli necessita di uno strumento valido che gli consenta di restituire senso alla propria esistenza piegata e condizionata da schemi e modelli standardizzati imposti dalla società contemporanea; dal canto suo la consulenza filosofica propone un modo nuovo per condurre gli uomini ad interrogarsi sugli aspetti problematici dei vissuti personali: essa non suggerisce soluzioni, bensì tenta di instaurare un libero dialogo con l’individuo nel tentativo di invogliarlo alla riflessione.

Lo scopo della consulenza filosofica, secondo Achenbach (che a sua volta mutua il concetto da Novalis) è quello di vivificare, ovvero ravvivare, i meccanismi di pensiero propri di colui che sente il bisogno di consulenza. Egli sostiene che  è esperienza comune a tutti, prima o poi nel corso della propria esistenza, trovarsi dinanzi ad un problema apparentemente privo di soluzione, o in una situazione di stallo senza via d’uscita: la consulenza filosofica, per mezzo del “secondo pensare”, permette all’individuo di liberare il pensiero, di percepire la possibilità di nuove prospettive nonché di cogliere altri e differenti aspetti del problema non individuati in un primo momento.

Il titolo originale dell’opera è  Philosophische Praxis, infatti non ci troviamo dinanzi ad una tecnica che possa essere appresa o insegnata, ci troviamo dinanzi ad una vera e propria prassi che si nutre di una  tradizione filosofica millenaria con l’ambizioso proposito di poterne applicare la saggezza agli aspetti quotidiani ed alle problematiche della vita.

Questa disciplina si attua come un vero work in progress: non ci sono regole, nessun metodo predefinito, solo il dialogo che deve essere totalmente libero in modo da poter rispondere al meglio alle specificità di ciascun individuo, che sempre sarà visto come un singolo (cioè un’ipseità).

La consulenza filosofica, quindi, non lavorerà con i metodi bensì sui metodi; tuttavia il miglior modo di procedere resterà comunque il dialogo con l’ospite. Filosofare è deflemmatizzare e vivificare (Novalis). Come sostiene Popper, la filosofia affonda le proprie radici nei problemi non filosofici, da cui trae nutrimento per poi concedersi l’inestimabile possibilità di volgere lo sguardo verso l’infinito, tuttavia il suo cammino deve muovere dalla gente verso la gente. Fondamentale è vincere il pregiudizio secondo cui essa si riduca a cosa per pochi e non per tutti.

La filosofia accademica ha dimenticato l’individuo, da cui si è allontanata completamente; ha finito col dissolversi in astrattismi privi di punti di contatto con la vita, ecco perché per Achenbach essa deve necessariamente essere affiancata (se non addirittura superata) dalla consulenza filosofica (intesa, quest’ultima, come pratica di aiuto e di supporto all’uomo di oggi, nel rispetto della sua singolarità).

Al cliente non è richiesta alcuna conoscenza filosofica preliminare, in quanto egli non riceverà dal consulente alcuna lezione, nessun pensiero e nessuna formula. Il consulente non è un insegnante di filosofia, bensì un filosofo, ed il suo compito resta quello di riuscire a vivificare il pensiero per mezzo di un dialogo costruito liberamente: la trama del dialogo deve essere semplice, frutto di ascolto e di domande stimolate nell’ospite e, in un secondo momento, insieme a lui esplicitate ed esplorate.

Le domande non hanno nulla a che fare con i famosi  interrogativi kantiani: cosa posso sapere? Cosa devo fare? Cosa posso sperare? Che cos’è l’uomo? Gli interrogativi mossi dalla consulenza saranno molto più concreti: cosa so? Cosa faccio? Cosa spero? Chi sono? In questo modo l’individuo sarà facilitato nel prendere coscienza, da sé, di come ciò che davvero conta è cercare le proprie verità ed impossessarsene, anche se fare ciò dovesse richiedere il mettere in discussione tutte le cosiddette verità imposte (attraverso un procedimento assai simile alla maieutica socratica).

La consulenza filosofica, inoltre, secondo Achenbach, non è una psicoterapia camuffata; la consulenza preferisce confrontarsi in modo dialettico con le varie forme di psicoterapie, se non addirittura in modo concorrenziale. Queste ultime, infatti, si caratterizzano per metodi di applicazione e procedimento prestabiliti; alla consulenza filosofica, invece, non interessa sondare l’inconscio del soggetto (alla ricerca di significati nascosti dietro i sui racconti), ad essa interessa un lavoro razionale e “dialogante” a partire da ciò che l’ospite decide di condividere con il consulente.

Alcune tematiche, sostiene fermamente Achembach, possono essere affrontate esclusivamente da un consulente filosofico, unica figura legittimata da un patrimonio culturale adatto: l’intera tradizione filosofica. Le psicoterapie non sono discipline adatte ad avvicinare temi quali la morte o le questioni etiche, in quanto le psicoterapie non posseggono strumenti adatti a fare ciò.

Infine, come semplice accenno, compare un tentativo di definizione razionale/filosofico dei concetti “sintomo” e “malattia”: tale definizione, solo abbozzata, renderebbe sia il sintomo che la malattia oggetti di consulenza; tramite essi ciò che viene comunicata è la patologia del singolo vista quale espressione del Sé.

La consulenza filosofica rappresenta, dunque, un’interazione attiva che ha luogo nel dialogo; si tratta, per mezzo di un percorso riflessivo (nel corso del quale il consulente non fornisce una risposta bensì si limita a svolgere la funzione neutra, seppur “accogliente”, di uno specchio, consentendo all’ospite il privilegio di osservare se stesso nel “riflesso” – riflessione – del pensiero, senza filtri, aspettative, giudizi o condizionamenti) in cui è possibile mettere in discussione (mettere in discussione = attivare il dialogo su…) le cosiddette verità imposte. Interrogarsi, a partire da ciò che sembra essersi cristallizzato in dogma, permetterà al singolo di individuare le proprie verità ed appropriarsene in modo profondo, pur restando sempre aperto alla discussione di sé e di queste ultime. L’essere umano è tale per la peculiare capacità di pensare, ma come si può pensare senza prima vivere? Non una nuova forma di illuminismo, dunque, con Achenbach si va affermando l’idea che esista un’anima razionale, un’anima sensibile di cui la filosofia è mezzo e strumento.

L’auspicio dell’autore è che essa, coraggiosa seppur avveduta, non tema il pericolo del confronto con il reale, con la vita: non un rimuginare tra sé, bensì (Hegel) presso se stessa nell’altro.

Nell’articolo del 1999 ci si interroga su cosa sia la consulenza filosofica. La disciplina viene brevemente presentata e definita: “un’istituzione per le persone – afflitte da preoccupazioni o da problemi – che non se la cavano nella vita e che pensano di essere in qualche modo rimaste impigliate; […] persone che sono assillate da domande, a cui non riescono a rispondere e di cui non riescono a liberarsi; […] hanno l’impressione che la loro vita effettiva non corrisponda alle loro possibilità. […] Ciò che li muove non è quasi mai la domanda di Kant che cosa devo fare?, bensì quella di Montagne che cosa sto facendo?.

La consulenza filosofica fa sì che l’ospite possa individuare (dopo averla cercata) la propria strada (ciò accade non per mezzo di teorie bensì utilizzando come unica misura l’ospite stesso: ci si chiede se egli viva in modo conforme a ciò che realmente è). Essa non lavora con i metodi ma sui metodi: essa cerca di volta in volta “la strada giusta” attingendo, nella scelta del “carburante” con cui azionare il meccanismo dialogico, dalla propria tradizione. Le letture non sono una medicina che si possa prescrivere né autoprescrivere: da qui la necessità del tramite, del filosofo, il solo ad aver acquisito nel corso della propria formazione umana una sorta di sesto senso per ciò che normalmente resta in secondo piano; egli, solo nel momento in cui pensa e percepisce insieme al proprio ospite, può liberarlo dalla solitudine, spingerlo verso altri criteri di valutazione della vita e delle sue circostanze. Il filosofo, ovvero lo specialista del non-speciale, prende seriamente in considerazione il proprio ospite, non utilizza per lui “una misura” bensì individua di volta in volta la “giusta misura”.

In un dialogo con A. K. D. Lorenzen, Achenbach effettua un excursus in cui vengono velocemente passate in rassegna ed analizzate le scienze di riferimento nei differenti periodi storici: dalla teologia (nel passato), la psicologia (nel passato più recente) si giunge al presente ed alla sua proposta di consulenza (filosofica) come disciplina in grado di affrontare e rispondere ai bisogni degli uomini, offrendo possibilità di ascolto e di sostegno. In questo dialogo viene citato un frammento di Novalis “filosofare significa deflemmatizzare e vivificare”. Questo aforisma, per Achenbach, deve essere considerato il motto della consulenza filosofica. Seguono alcune indicazioni sulla figura del consulente: il consulente filosofico non è un terapeuta, egli non applica un modello preordinato né una tecnica appresa, il consulente filosofico dialoga con il proprio ospite ponendo entrambi su di uno stesso piano (di principio viene eliminato il dislivello terapeutico). Inoltre il consulente si limita ad esporre solo pensieri che egli stesso ha accettato, integrato e metabolizzato come propri. Nessun consulente potrà risultare autentico senza prima aver compreso ed accetto di essere, in prima persona, egli stesso un portatore sano di problemi filosofici irrisolti.

Così facendo la filosofia non diventa una teoria bensì ripensa le varie teorie con il solo scopo di giungere a sciogliere ogni irrigidimento del pensiero. In un colloquio libero e razionale, essa si fa accoglienza per l’ospite che non viene assolutamente “trattato”, ad essere trattati saranno solo i suoi problemi.

La filosofia non è cosa per pochi; come afferma Popper ognuno di noi possiede una personale filosofia, così come per ciascuno di noi giunge il momento in cui si rende necessario “un secondo pensare” (attraverso questo secondo pensare possiamo prendere posizione sulle nostre prese di posizione quando la vita inizia a girare in tondo, quando non va più avanti, quando resta bloccata in un punto: questo il momento in cui si rende auspicabile una revisione).

Un filosofare, quello presentato in questo saggio, non sul concreto ma a partire dal concreto, che muove dall’individuale e dall’unicità. Prendendo le mosse da un’aspettativa generale di ragionevolezza, la consulenza si ripropone di decifrare la fisionomia della ragione particolare come forma realizzata ed individuale: vitale; finanche a comprendere la ragionevolezza del sentimento che si esprime per mezzo di “commenti somatici”.

Cosa fa la consulenza per mezzo del consulente? Accoglie ciò che viene esposto come la “cosa stessa”; quest’ultima mostra contraddizione in sé e a partire dalla contraddizione si muove e si sviluppa ulteriormente. La cosa si fa “dialettica”. Il consulente evita di interrogare o incalzare l’ospite, limitandosi ad ascoltare sinceramente ciò che esso gli consegna per mezzo del proprio dire (verbale e non). Una sorta di “eros ermeneutico” penetra “la cosa” comunicandole impulso per la propria esplicazione. Incalzare l’ospite condurrebbe il consulente ad un errore, per quanto banale, eppure molto grave: la sua volontà di chiarificazione farebbe “collassare” il pensiero in sintomo, materializzandolo ed impedendone il movimento, quindi l’evoluzione.

Ogni consulenza è l’inizio di una storia filosofica individuale di esperienza, comprensione e cambiamenti di sé: non sono previste (né  richieste) mete prestabilite, bensì uno “stato di verità” raggiunto di volta in volta.

Il consulente possiede più conoscenze in quanto ha riflettuto di più, ma deve sempre astenersi dalla tentazione di servirsi di un pensiero non precedentemente sperimentato nella propria esistenza: egli può esprimere esclusivamente pensieri accettati come propri non in veste di amministratore di teorie bensì come essere umano. Nel corso della consulenza, come anticipato, ogni dislivello terapeutico viene eliminato.

“La filosofia da tavolo, ovvero chi è il filosofo” è un articolo del 1982. Con il termine “tavolo” si fa riferimento ai momenti di relax, quando i filosofi presenti ad un congresso o ad una conferenza si ritrovano a pranzo assieme: quelle sono le occasioni in cui si smette di dimostrare quello che si sa e ci si presenta semplicemente per quello che si è. La domanda a cui Achenbach tenta di dar risposta è: “chi è veramente il filosofo?”. Sebbene possa sembrare buffo, molti provano vergogna nel dichiararsi filosofi, non tanto perché con lo studio della filosofia non si raggiunga una vera e propria qualificazione professionale (fatta esclusione per gli insegnanti, la cui professione, comunque, non è essere filosofi bensì insegnare la materia), quanto per la stima nei confronti della disciplina, vista come un qualcosa di  così “sacro” da temere il rischio di “insozzarla”: la filosofia, così elevata, che per poter chiamare qualcuno “filosofo” si deve prima vincere la resistenza risvegliata da questo senso di vergogna. 

La filosofia deve “darsi” comprensibile, per essere praticata e non solo rimirata. Per parlare di verità e morte in senso generale ed universale, per essere dunque compresi nel proprio dire, è necessario aver prima sperimentato tali tematiche a livello personale (quanto meno a livello di pensiero). Il consulente deve ricordare che è lui stesso, in prima persona, a recare nell’animo problemi filosofici irrisolti.

D’altro canto questa “filosofia della pretesa” (filosofia “della negazione del mondo”), di una disciplina accademica vecchia e tramandata, ha come unica via di salvezza la sua trasformazione in Praxis, ovvero in consulenza filosofica: si rende necessario convertire e ritradurre le domande kantiane sul senso della vita dell’Uomo (platonico) per renderle adatte e comprensibili, quindi utili, per il singolo individuo.

Questa sottostima di noi stessi, sbilanciata ancor di più dalla stima provata per la filosofia, sembrerebbe aver sancito definitivamente la morte di quest’ultima… o, forse, ci troviamo dinanzi ad un nuovo inizio, ad una evoluzione della stessa in consulenza?

La consulenza deve fornire agli uomini un pratico sussidio per poter pensare ed esplorare, insieme, questi interrogativi. Non solo al singolo, bensì alla stessa comunità. La domanda “universale” deve rendersi interrogativo concreto e contestualizzato, deve parlare non tanto all’Uomo quanto a quest’uomo, perché le verità raggiungono la loro più elevata efficacia quando si fanno banali. Per la filosofia arriva il momento del racconto, una sorta di biografia razionale: ma nessuna storia razionale può darsi senza raccontare allo stesso tempo anche la storia razionale di un’epoca, ed è così che viene superata anche la ristrettezza del Sé (i problemi individuali sono generali ed i problemi generali sono individuali).

È necessario mettere in discussione la propria vita: questa la strada il consulente filosofico percorre assieme a chi gli chiede una consulenza (non il pensiero che preme sulla vita ma la vita che preme sul pensiero ed indica la giusta strada).

Nel 1982 Achenbach si occupa di analizzare la ricerca di Hans Blumenberg sull’aneddoto di Talete (in “Storia della ricezione dell’aneddoto di Talete”). La caduta del filosofo nel pozzo, mentre è intento ad osservare gli astri, e la presa in giro da parte della sua serva si prestano ad una serie di interpretazioni molto interessanti, in Achenbach, però, la caduta del filosofo diviene il pretesto per ammonire la filosofia ad un ritorno necessario alla realtà: ritardare, se non addirittura rifiutarsi di fare ciò, rappresenterebbe solo l’inizio della fine, l’inizio della caduta definitiva (con conseguente ed inevitabile esposizione al ridicolo).

Con il tempo la sfera della concettualità ha iniziato a nascondere il concreto. Il filosofo non riconosce più nel vicino un essere umano nel momento in cui si occupa dell’essenza dell’uomo; per lui diviene abisso il non-saputo, il concreto, il non-identico, cioè il particolare. La caduta del protofilosofo vine interpretata come la prefigurazione del destino che minaccia il pensiero filosofico in ogni tempo ed in ogni nuova variante. Per scongiurare ciò è auspicabile che la filosofia non si irrigidisca in se stessa, al fine di poter essere presso le cose. La filosofia deve recuperare la vita e farsi “umana”. Afferma Simmel: è sorprendente come poco dei dolori degli esseri umani sia trapassato nella loro filosofia. Una filosofia “pura” non potrà mai essere pratica: con la propria pretesa di chiarificazione diffonderebbe terrorismo. La ragione inizia a dialogare con la realtà nel momento in cui essa può ritrovarsi in ciò che è altro da sé; la sua voce inizia a riconoscersi in ciò che apertamente le si oppone. Se non ha più motivo di essere una divisione tra il sopra ed il sotto, si rende ora necessaria una polarizzazione tra il dentro ed il fuori: l’essere umano che ha dissacrato il mondo è ora assalito interiormente da ciò che un tempo lo assaliva dall’esterno. Il logos, regno della ragione, si fa terra straniera interiore e rivendica l’edificazione di “altari nel cuore”. Ciò che in noi ci sovrasta deve essere accettato e non rimosso. Chi offre alla filosofia la possibilità di risollevarsi e aggirare l’ostacolo posto lungo il cammino? La consulenza filosofica, ovviamente, in veste di “teologia razionale dell’essere umano e dell’individuo”.

Siamo ancora nell’anno 1982, quando Achenbach si trova a parlare presso l’Università di Osnabruck; qui egli presenta una spietata analisi della condizione del filosofo: figura sempre più relegata alle Accademie, alle Università, privo di apertura e contatti con la vita quotidiana e con i problemi pratici delle persone reali. Sia coloro che insegnano la materia, sia (soprattutto) coloro che la svendono e prestano all’ingrosso alle altre scienze umane (i vecchi clienti – come li chiama Achenbach – ovvero la teologia, la politica e la psicologia) altro non fanno se non attingere al patrimonio tradizionale ormai anchilosato. Per risorgere e tornare in vita “la filosofia deve diventare pratica, azione comunicativa, esplorazione e organizzazione dialogica dei problemi”. Per recuperare il proprio ruolo e veder nuovamente riconosciuta la propria dignità, la filosofia deve fornire all’uomo reale quello che Achenbach ha definito “il secondo pensare”: il metapensiero, di cui solo la filosofia è capace. L’essere umano è un essere complesso e non può limitasi a vivere o esistere; egli deve prendere posizione e nel far ciò produce pensieri; dopo aver pensato egli è in grado anche di riflettere sul proprio pensiero, confrontandosi con esso. L’uomo, dunque, è un essere costituzionalmente filosofante. Quando egli incappa in una condizione di stallo, inizia a soffrire. Cosa può fare il consulente in una situazione del genere? Invece di assumere il bisogno così come è, egli può accoglierlo per svilupparlo ulteriormente.

Nel 1983 Achenbach interviene ad un simposio di filosofi a Klagenfurt: in questa occasione introduce la sua nuova disciplina presentandola come chance della filosofia per il futuro. Il saggio è la continuazione ideale di quello presentato nel Capitolo 4, trascrizione della conferenza tenuta per il medesimo uditorio circa due anni prima. L’autore ci fa notare che le critiche rivolte in passato alla filosofia accademica non hanno suscitato molte proteste, e si stupisce di come la consulenza filosofica sia stata accolta con entusiasmo. In questo saggio egli continua ad approfondire l’esposizione della nuova disciplina, descrivendo i due ordini di esigenze che portano a richiedere la consulenza: in primis un bisogno di chiarimento esistenziale, ed in secondo luogo il bisogno di rivolgersi a qualcuno, nello specifico ad un filosofo, in quanto sola figura accreditata se paragonato agli altri latori di offerte terapeutiche. La filosofia, secondo Achenbach, può trasformarsi in un lavoro retribuito in quanto accoglie ed affronta il bisogno che le viene presentato, ma non come fanno tutte le altre professioni d’aiuto: la consulenza filosofica lo assume così come è e, sottoponendolo ad una critica approfondita, lo accetta favorendone un ulteriore sviluppo.

(Articolo del 1983) Con il termine “apertura” Achenbach fa riferimento al gioco degli scacchi. Nella consulenza filosofica, come negli scacchi, è presente una dinamica simile: l’ospite muove il bianco ed ha la prima mossa, il consulente filosofico, invece, muove il nero e reagisce. Il consulente interviene fornendo non una risposta filosofica generale o generalizzata intorno all’argomento bensì una relazione intimamente connessa al problema concreto sollevato dall’ospite. Achenbach fa un esempio: non si chiede al filosofo “cos’è la felicità?” ma gli si parla dell’infelicità. Nessuno gli chiederà di definire il coraggio, ma sicuramente gli verrà raccontato un episodio avvilente verificatosi nella propria esistenza. Affinché l’ospite possa essere in grado di aprire la partita – esponendo la sua ammissione di “non riuscire a farcela” – è necessario che egli percepisca dal consulente rispetto, riguardo accogliente e partecipazione. I filosofi sono culturalmente preparati ad ascoltare di tutto, sono gli eredi dei pensieri “più folli” e delle idee “più stravaganti”, la loro indole è naturalmente predisposta al dialogo con chi ha un problema. Il “sintomo” non viene chiarificato o risolto, ma viene visto come “simbolo di altro”, come in sé già espressione. Il sintomo è il dichiarabile, il molti nell’uno, il complesso. In quanto è estraneo in me, si offre come prima cosa comunicabile all’esterno. Esso è il problema nascosto; in esso si trova condensato il problema, ecco perché in un certo qual modo il sintomo alleggerisce l’impasse. Segue l’approfondimento – con ulteriori precisazioni – dell’articolo “alcuni problemi della consulenza filosofica”. Muovendo dalla propria esperienza personale e familiare, Achenbach analizza le categorie di problemi per i quali andrebbe richiesta una consulenza filosofica. Si tratta maggiormente di problemi di Etica. In passato due categorie si erano occupate di supportare in questo campo gli individui, i politici e i teologi, per lo più fornendo paradigmi di riferimento preconfezionati e indiscutibili. Sempre come esempio, Achenbach cita un frammento di I. Caruso “Il legislatore e i preti sono ambasciatori della morte nella misura in cui, per misericordia o fede nell’ordine, fanno eutanasia dell’essere umano: lo aiutano a rinunciare alla vita, lo dissuadono dai suoi desideri, lo allontanano dal proprio eros”. Anche la filosofia accademica e la psicologia (nello specifico la psicoanalisi) si sono mostrate inadeguate, in quanto entrambe hanno ridotto i problemi etici del singolo ai propri paradigmi di riferimento. L’attitudine a chiarificare, che è il contrario della capacità di chiarificare se stessa, pesa sulla filosofia come una macchia.

Solo una nuova filosofia pratica, la consulenza filosofica appunto, sarà in grado di accogliere e valutare i dubbi, di mettersi in discussione e di trasformare la resistenza contro se stessa – appannaggio della filosofia accademica che evita ogni contraddizione, dissertando ex cathedra – in una possibilità per testare se stessa sul campo del problema contingente dell’ospite.

Nel 1984 Achenbach interviene (con una conferenza nella clinica universitaria di neurologia e psichiatria di Tübingen) sul rapporto attuale tra la filosofia, che comincia a diventare pratica (la nuova disciplina viene chiamata filosofia in statu nascendi), e la psicoterapia.

Egli indaga la classica relazione tra filosofia tradizionale e psicoterapia, nonché il suo evolversi nel tempo, enunciando, e poi argomentando, quattro tesi:

– la relazione tra la filosofia tradizionale e la psicoterapia era basata sulla divisione del lavoro: una relazione non dialettica;

– come tarda conseguenza di vecchie arroganze e presunzioni, la filosofia doveva assumersi, nella divisione del lavoro, quei compiti che in ogni caso si erano dimostrati insolubili per la psicoterapia, ma che tali sono stati, di fatto, anche per la filosofia;

– l’insolubilità delle tradizionali pretese filosofiche è lo smacco della filosofia tradizionale, ma è allo stesso tempo anche la base della consulenza filosofica;

– la relazione della consulenza filosofica con la psicoterapia non è più basata sulla divisione del lavoro, ma è una relazione di cooperazione e concorrenza: è una relazione dialettica.

In un’altra conferenza universitaria (siamo sempre nel 1984) viene presentata dall’autore la consulenza filosofica come il futuro della filosofia; futuro che, allo stesso tempo, è un po’ come un ritorno alle origini, “un modo di pensare insieme”, come quando, nella Grecia antica, la filosofia era organizzata in confraternite e gruppi di amici (le scuole) ed era realizzata come una forma di pensiero, di vita e di rapporto, comunitari. Come sostiene Popper: i veri problemi filosofici hanno sempre la loro radice nei problemi urgenti, che si trovano in campi che non appartengono alla filosofia. Nel Medioevo, però, avviene la trasformazione della filosofia da dialogo a monologo (la filosofia indossa la tonaca e diventa spirituale: purgando l’empirico ed il reale, si pone contro la finitezza). Essa diviene erudita, cattedratica; il filosofo, dal canto suo, diviene docente. Oggi si auspica per la filosofia un ritorno al reale, una rinascita alla pratica, alla concretezza (e visto che, dice Achenbach, “la forma concreta della filosofia è il filosofo”, nella consulenza filosofica questo auspicio troverebbe piena attuazione). La filosofia delle università avrebbe dovuto svilupparsi da istituzione del pensiero ad istituzione del pensatore.

Cos’è, dunque, la consulenza filosofica? La consulenza è la forma di filosofia che ha accettato questa sfida; potremmo anche dire che essa corrisponde alla filosofia accademica che pone a se stessa la sfida attraverso la pretesa pratica: eppure non può affatto rendere giustizia a questa sfida senza liberarsi dalla camicia di forza della divisione del lavoro spirituale.

Al termine, in un Post Scriptum, Achenbach sponsorizza la sua GPP (Società per la Consulenza Filosofica) come luogo dove i giovani studenti possono formarsi alla nuova disciplina.

Il corpus principale dell’ultimo saggio è costituito da un articolo che Achenbach pubblica su richiesta, per fornire un esempio di caso particolare, concreto, di consulenza. Per non contravvenire all’obbligo di discrezione nei confronti dei suoi ospiti e per fornire comunque un resoconto completo da ogni punto di vista (del consultante, ma anche dell’ospite), l’autore sceglie di raccontare una auto-applicazione della consulenza filosofica: anni prima aveva sofferto di un blocco della scrittura, superato grazie a un dialogo con se stesso (recuperato nella sua integrità in questo contributo, perché annotato giorno dopo giorno dall’autore “di mattina, dopo colazione e la lettura del quotidiano… in un quaderno a fogli bianchi e a righe”).

Molto interessante l’analisi delle cause alla base del suo blocco della scrittura: un autore che voglia presentarsi come serio, soprattutto un autore di saggi filosofici, deve prepararsi adeguatamente prima di iniziare ad esprimersi; tuttavia, il limite temporale che vincola di molto le scelte dell’autore, non potrà mai trapelare a partire dal prodotto finito, così come non saranno visibili le numerose motivazioni che lo hanno portato alla scelta di alcune cose a discapito di altre: da qui l’impasse e l’ansia da prestazione. Eppure un sincero sguardo a se stesso, nella forma del dialogo interiore, permette al problema di muovere e muoversi in dinamica dialettica fino a giungere, se non ad una soluzione, alla comprensione dei vari elementi. Achenbach non si libera dal suo problema e neppure si giustifica; come farebbe verso un qualsiasi possibile ospite, si concede rispetto, accoglienza, ascolto e compartecipazione. L’autore conclude ricordando “Jean-Jeacques” ed il modo in cui  quest’ultimo lo ha accompagnato durante il suo cammino: ovvero mostrandogli come lo scrivere su carta non si discosti così tanto da un dialogo, un dialogo con se stessi.

di Luisa Loffredo per Philosofare

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